Leggo (con ritardo) un lunghissimo articolo su Time Magazine dedicato al miliardario Warren Buffett. Terzo uomo più ricco del mondo, azionista – tra l’altro — di Ibm, Coca Cola, AmericanExpress e Procter&Gamble.

Viene raccontata la sua storia, ma sono anche ampiamente descritte le sue idee e le sue proposte.

Dice alcune cose intriganti. Del tipo credere nella fortuna, che per lui ha coinciso essere nato negli Usa, maschio e prima del 1930. Ma dice anche che le persone non ti seguiranno se sentono di vivere in una plutocrazia. Ovvero, bisogna essere credibili quando si chiedono sacrifici alla gente. (Uhm. Mi sovviene la composizione della compagine di Monti. Specialmente leggendo della legge Salini e dell’uscita di Martone).

L’elogio della ricchezza di Warren Buffet è fondamentalmente diverso dal concetto di ricchezza e della sua esaltazione fenomenologica, come succede in Italia. Anche perché Buffett diventa molto critico rispetto ai nuovi ricchi, agli speculatori finanziari e ai Ceo dai guadagni stratosferici, basati sugli investimenti finanziari e non su quelli struttural-produttivi. (Faccio ancora una volta l’amaro paragone con l’Italia e in particolare sul sistema produttivo.)

Dice anche che vorrebbe più scuole pubbliche, così le famiglie ricche non investirebbero in quelle private (lui ha frequentato una scuola pubblica). (Però, è un’idea!)

Dice anche che il capitalismo ha sì smosso il potenziale umano come mai nella Storia prima, ma che diventare ricco non significa essere migliore o più meritevole di un medico, di un insegnante o di un soldato. Attività pubbliche e di pubblico servizio (come la sanità) non sono adatte a un sistema di mercato, ma sono utilità fondamentali, da finanziare con l’aumento delle tasse ai più facoltosi, specie in tempi di crisi nera.

Certo, negli Usa la guerra contro l’aumento delle tasse è più aspra che da noi (che abbiamo l’evasione fiscale, invece, da combattere, prima ancora che tassare i soliti noti) e i Repubblicani sono agguerritissimi, ma Buffett – 81 anni – è ancora più drastico dei suoi sofisti detrattori: “Le prossime generazioni non saranno più fortunate della mia e il problema della disuguaglianza è destinato a peggiorare.” L’immobilità sociale è il vero guaio, non la demonizzazione tout court della ricchezza, ci spiega. Animale con grande fiuto per affari ed investimenti, tifa per Obama, lascerà il suo patrimonio in beneficenza e ha sempre vissuto modestamente. Pare che anche John Elkan sia andato da lui per consigli.

Insomma, Warren Buffett sembra un personaggio perfetto. O magari è solo la sua canuta e saggia età a farlo ragionare in questi termini. Pare che abbia trovato la quadra tra la ricchezza e il benessere sociale, attraverso la redistribuzione del reddito. Noi, invece, lontani anni luce da Buffett ed il suo illuminismo, ci facciamo le lotte incrociate, provando a bloccare un Paese, sol perché a nessuno viene in mente di adottare un’idea semplice come quella della redistribuzione economica per una maggiore equità sociale e per avviare uno slancio di crescita e magari di entusiasmo. (Mi sfugge ancora il nesso fondamentale ‘liberalizzazioni minori’ = ‘salvataggio di un Paese’. Chiedo venia.)

Poi, arriva un miliardario americano (il terzo più ricco al mondo!) e ti scrive un programma di sinistra (sul Time è scritto ‘radical’, che sta per ‘person with extreme political views’, ovvero ‘estremista’) sul settimanale più diffuso e soporifero del pianeta!

Un mio amico di Facebook ha commentato (dopo che avevo postato un pensiero sulla ‘sorpresa’ Buffett): “L’erba del vicino…”. Mi sono chiesta se sia davvero solo una questione di sfumature di verde.

di Marika Borrelli