Nell’insieme della tragedia della Costa Concordia vorrei fare una riflessione su un piccolo fatto, che tuttavia è stata una delle cose che più mi ha colpito. Si tratta del sostegno manifestato al capitano Francesco Schettino nel suo paese.

La penisola sorrentina, che con la sua bellezza e ospitalità richiama tanti turisti anche dagli altri continenti, è patria di navigatori. Vi ha sede un Istituto Tecnico Nautico e tante famiglie devono al mare la sopravvivenza, le sofferenze della lontananza dai loro cari imbarcati, e talora anche la morte, perchè non tutti sono capitani di navi da crociera, ma operano in diversi ruoli passando per tutta la vita molti mesi all’anno lontano delle famiglie su navi passeggeri e mercantili anche intercontinentali.

L’abitante della penisola sorrentina sa che la vita è dura e lavora con impegno e fatica tutto l’anno, accogliendo con professionalità e cordialità turisti semplici o esigenti, attratti dal sole, dalla cucina e dalle spiagge che i sorrentini hanno dovuto “rubare” al mare, dato che la costa è per lo più a strapiombo. I camerieri e cuochi sorrentini anche in inverno continuano il loro lavoro negli alberghi abruzzesi o dell’alta Italia, con orari che li costringono per settimane lontano da casa.

Perciò il sostegno dichiarato dei suoi compaesani al capitano Schettino mi soprende, e, in quanto campana, mi offende, anche se non credo che le manifestazioni di solidarietà fossero condivise da tutta la popolazione locale, come semplicisticamente è apparso sui media (è noto che fa notizia solo chi grida o si agita). Conoscendo questo popolo, sono convinta che i più non possano condividere la mancanza di responsabilità manifestando platealmente per chi ne abbia dato prova.

Chi, compaesano o meno di Schettino, ne parla come di un eroe per aver “salvato” migliaia di persone, dimentica che è stato proprio Schettino – al di là di quale sia stato il momento in cui ha abbandonato la nave – il responsabile della manovra azzardata che ha portato al naufragio e del ritardo nei soccorsi, non avendo avvertito subito chi di dovere.

Certo ciascuno di noi non può dire come si comporterebbe nel momento del pericolo, ma questo non può significare giustificare o sostenere pubblicamente chi quel pericolo e le sue conseguenze mortali ha provocato e poi non ha saputo reagire come il suo ruolo gli imponeva, né quando occorreva restare sul ponte, né quando era necessario fare un gesto di ammissione delle proprie responsabilità (che probabilmente non sono soltanto sue, ma questa è un’altra storia…).

In ogni caso, come originaria della Campania mi dissocio da queste manifestazioni e preferisco accordare la mia solidarietà ai familiari delle vittime e soprattutto alla famiglia del giovane batterista di Alberobello (BA), Giuseppe Girolamo, disperso dopo aver ceduto a un bambino il posto sulla scialuppa di salvataggio.