Palermo. A viale Michelangelo, poco prima delle nove di stasera, siamo passati accanto ad una lunghissima fila di auto in coda. Una coda ordinata, motori spenti, che si interrompeva agli incroci per riprendere subito dopo. Un paio di chilometri, forse qualcosa di più. Eppure non uno strombazzare di clacson, non un lampeggiare rabbioso di fari. Un’atmosfera da pasquetta, piuttosto. Stanchi della solitudine dei propri abitacoli, gli automobilisti improvvisavano capannelli da bar, con la familiarità di chi condivide lo stesso destino, impegnandosi in chiacchierate e fumando appoggiati agli sportelli, in attesa dello scorrere lento della coda. La coda, s’intende, per fare il pieno a uno dei distributori ancora aperti.

Distributore presidiato da una macchina della polizia e una camionetta di carabinieri. Ma non ce n’era bisogno: la fila scorreva lenta, i benzinai riempivano serbatoi e incassavano banconote, e le forze dell’ordine e l’Arma fraternizzavano chiacchierando appoggiati ai rispettivi mezzi. E l’atmosfera pareva quella delle domeniche di austerity di quando eravamo bambini, tutti a piedi, in bicicletta o a cavalcioni sulle spalle dei nostri padri.

Quello che sta accadendo qui in Sicilia, in questi giorni, ha un sapore di riscossa. La protesta dei forconi non è solo la protesta dei forconi, è la protesta dei siciliani. Di tutti i siciliani, anche quelli che non fanno i pescatori, non fanno gli agricoltori, non fanno i trasportatori. E’ la protesta di un popolo stanco che non vuole più promesse ma risposte, non vuole più contentini, avanzi, regalie ma pretende diritti, certezze, dignità. E i siciliani lo sanno. Lo sanno senza bisogno di troppe parole, ché in quest’isola si sa che le parole son fatte per imbrogliare, per confondere, per annacquare. E siccome lo sanno fanno due chilometri di coda per fare il pieno, rinunciano alla pasta Garofalo se trovano lo scaffale vuoto al supermercato, e non dicono niente. C’è come un orgoglio sopito troppo a lungo, in questo silenzio. L’orgoglio di chi rialza la testa, e dopo aver a lungo incassato si accorge con una sorta di stupore che l’avversario non è riuscito a metterlo a tappeto.

Ecco, quest’orgoglio, questa dignità, non sono stati scritti da nessuno, non sono stati raccontati da nessuno. Perché qui, a guardare in faccia i forconi, sono venuti in pochi. E quei pochi sono arrivati già carichi di preconcetti, di teorie, di etichette. E non si sono preoccupati di guardare la realtà, si son solo preoccupati di cercare conferme. Hanno confuso il vero col verosimile, il reale col virtuale, la protesta vera della gente reale con le pagine di facebook e il numero di click sul tasto “Mi piace”.

“Verosimile“, dice il vocabolario della lingua italiana Zingarelli, “è quello che sembra vero e che, quindi, è credibile“. Sempre nello Zingarelli leggiamo la definizione di vero. “Vero è ciò che si è effettivamente verificato, che è pienamente conforme alla realtà oggettiva”. Alla voce vero troviamo, fra le altre, la locuzione: “sembrare vero”. Lo Zingarelli spiega che questa espressione, sembrare vero, si usa a proposito di una cosa artificiale che imita perfettamente la realtà. Come il mondo virtuale di facebook, per esempio. E nulla, come quello che sta accadendo, qui e adesso, è più lontano dall’universo verosimile di facebook.

Basta guardare le facce di questa gente, per capire la differenza. Gente vera, reale, che non ha molto tempo per gli avatar e farmville. Gente concreta, che protesta per sfamare figli veri, non Tamagotchi. E mentre nelle strade, nei porti, agli imbarchi dei traghetti, sulle autostrade, la gente vera si ribella, nel mondo virtuale la protesta assume la forma di una farsa. Sì, perchè nel virtuale tutto diventa farsa, tutto diventa labile, incontrollabile, e chiunque può millantare crediti che non ha. Chiunque può aprire decine di pagine sui social network, intestarsi la paternità di battaglie che non ha mai combattuto, spacciarsi per chi non è. Perfino qualche povero esaltato, figlio di qualche partitucolo nostalgico del ventennio. Gente che nella vita vera, nel reale, non è mai riuscita neppure a mettere insieme un numero sufficiente di persone per una partitella a calcetto.

E nella confusione di vero e verosimile, unica vera malattia dei nostri tempi, esplodono “casi” da inquisizione, ci si dissocia, no, si inneggia, no, si prendono le distanze, no, si parteggia… Si assiste a tutto e al contrario di tutto, ad interminabili discussioni su improbabili dietrologie, ipotesi di complotti massonici, congetture di stratagemmi politici o pseudopolitici. Ne discutono gli avatar, si capisce, le persone virtuali. E a quegli avatar che ci chiedono, attraverso le pagine di Facebook, i post, i commenti, le infinite discussioni, di aiutarli a capire cosa stia davvero accadendo, come possiamo rispondere?

La vita, quella vera, è altrove.

di Massimo Merighi e Tony Troja