Quando ero in Erasmus in una piccola cittadina nel nord dell’Inghilterra, ho avuto il piacere di conoscere una cara ragazza dalle lontane origine italiane. Non appena ho messo piede in casa dei suoi genitori conoscendoli di persona, ho provato una strana sensazione di fronte a due adulti che di italiano avevano solamente un vago accento e un ricordo post-bellico.

Mi sentivo lievemente a disagio quando mi parlavano di un’Italia e di una cultura che non corrispondeva a quella del Paese più “recente” da cui provenivo io. La mia ingenuità semplicistica e il mio orgoglio cosmopolita (da ragazza di vent’anni) mi portava a prendere le distanze da quello che dicevano e che rappresentavano, racchiudendoli in una sorta di bolla astratta e geograficamente isolata. Dal mio Paese, dalla mia cultura, dalla sottoscritta.

Eppure oggi in qualche modo sento di essere diventata una di loro.

Vivo da tre anni in Inghilterra, dove la mia testardaggine di giovane idealista mi ha lanciato prima in un master che mi ha fatto sudare 7 camicie al giorno per 9 mesi, in due tirocini non pagati e un lavoro part-time, arrivando a una posizione che adoro, molto vicina a un lavoro ideale che non pensavo nemmeno potesse esistere.

25 anni, un contratto di lavoro, economicamente indipendente. Uno scenario lontano dai miei coetanei in Italia; non impossibile, ma raro. Non so bene per quale strano motivo, ma mi sono sempre trovata divisa tra due città. Anche oggi mi trovo divisa tra due luoghi, tra quello che faccio ora e quello che vorrei fare, e tra due Paesi, quello mio presente e quello che ora rappresenta solo il mio passato. Di recente mi sono accorta di come ho idealizzato una terra che a stento corrisponde alla mia immagine.

Mi sembra quasi di vivere dentro una cartolina dagli anni ’50, pensiero che mi ha fatto scattare un campanello di allarme. Quante volte mi sono sentita dire “stai lì, non tornare”. Lo trovo straziante, addirittura quasi offensivo. Perché? Certo, sono stata io a volermene andare. Ma al contrario di tanti che come me hanno fatto le valigie, il mio desiderio è sempre stato quello di tornare e portare il mio contributo a quella terra e quella cultura che tanto mi fa essere apprezzata altrove.

Trovo doloroso incentivare i giovani a restare fuori dal proprio Paese. C’è chi “soffre” a restare lontano, non tanto per mancanza del nido familiare, ma quanto perché si vede costretto a una separazione, come se nessuno ammettesse la possibilità di un ricongiungimento. Con il proprio passato ma anche con l’eredità che si vorrebbe lasciare in futuro. Personalmente voglio contribuire all’eredità che lascerò ai miei figli.

È facile dire “fuga dei cervelli”, ma è altrettanto facile dire “stai là, non tornare”. Se tutti se ne andassero, se nessuno tornasse, chi rimarrebbe in Italia? All’estero descrivono la nostra mentalità illuministico-occidentale come tendente sempre a un futuro più positivo, evoluzionistico. Che questo derivi dall’Illuminismo o dalla tradizione cattolica sinceramente poco importa. Perché se effettivamente non ci decidiamo a dire o fare, ci sarà a malapena una eredità da lasciare.

di Annalisa Plachesi, Events and Parterships Co-Ordinator, presso ResPublica