Avvertenza: nelle prossime due settimane, questo spazio si chiamerà Smash quotidiani (il logo è dell’ottimo Mario Natangelo) e parlerà degli Australian Open. Poi, dal 30 gennaio, tornerà quello di prima.
Perché? Un motivo non c’è, come a volte capita (neanche il Pd ha motivo d’essere: eppure c’è). L’idea è quella di seguire un evento, e uno sport, ghettizzati dai media. Di solito, quando scrivo,  i federasti (“tifosi di Federer”) si arrabbiano molto. E’ incredibile come la gente sia brava ad avvelenerasi per le sciocchezze.

Poiché il lettore tipo del Fatto Quotidiano si nutre di sole bacche, Fichte e Ghedini, è d’uopo spiegare alcune cose. Partendo dalla definizione esatta di tennis: “Il tennis è – parafrasando Gary Linekeruno sport che si gioca in due, con due racchette, una pallina e un arbitro, dove alla fine vince sempre Andreas Seppi.

La frase più gettonata quando si parla di tennis è: “mi piaceva quando c’era John McEnroe e prima che arrivasse la pay tv”. Ecco: quel tennis scordatevelo. Oggi, salvo rari casi, il serve and volley non lo fa nessuno e a rete ci si fa solo per sbagliare gli smash e stringere la mano all’avversario.

Gli Australian Open sono il primo dei quattro Slam dell’anno. Il più ricco di sorprese, quindi il più bello. Alla fine, però, vincerà sicuramente uno dei Non Fab Four: Novak Djokovic, ovvero il Situazionista del Chiagnefotte, il Fiorello della racchetta, l’apparente simpaticone che esulta da invasato e ha una varietà di gioco pari a quella del repertorio di Biagio Izzo. Oppure Rafael Nadal, il Maratoneta Mutandato, col tic della scozzata di zebedei à la Carlo Verdone e una latente crisi da rigetto (atletico? agonistico? Boh). O Roger Federer, cioè Indesit. Il Ghiacciolone. L’intoccabile, il santificato, il divinizzato (praticamente il Mario Monti del tennis). Tanto perfettino quanto algido, asettico come un piano sequenza tagliato di Michelangelo Antonioni e passionale come  un disco in studio dei Genesis senza Peter Gabriel. O infine Andy Murray, il Vampiro Hooligan, l’uomo a cui la natura ha donato una simpatia inapprezzabile, una madre curvaiola e una dentatura figlia – si direbbe – di troppi petardi scoppiati nella cavità orale.

Il resto, ahinoi, è marginale. Potrete esaltarvi per Cassius Clay Tsonga, ora Muhammad Ali (nel senso di fluttuante) e ora George Foreman (nel senso di stoltamente picchiatore). Per Tomas Berdych, lo Sparapalle Efebico. Per qualche orteghiano, ovvero quei tennisti tanto carucci quanto effimeri. Per Richard Gasquet, aka Riccardino Cuor di Telone: rovescio d’oro, ma ancorato stupidamente a fondocampo. O magari per Dolgopolov, il Guru, genio puro e talento finissimo, ma dotato della stessa vis agonistica di Enrico Letta.

I più sfortunati di voi potrebbero tifare per “gli italiani”. Ricordando che “il movimento è in salute” per antonomasia, il tennis italiano maschile è in crisi dai tempi di Adriano Panatta. Allo stato attuale ha buoni comprimari e nessuna prima firma. Tra un Fabio Fognini corrispondente al Balotelli italiano (con meno talento) e un Simone Bolelli che alcuni colleghi – ancora a piede libero – definirono “il Federer italiano“, il Salvatore della Patria è Andreas(sssss) Seppi. La quintessenza del tennista mediano, umile, monocorde, grigio, ronf, yeowwwwwn. Seppi, in questi articoli, sarà bussola e àncora, punto di riferimento e faro esistenziale. Egli ci guiderà.
Il torneo è trasmesso da Eurosport, di solito bravissima a scegliere l’incontro peggiore e farti perdere quello indimenticabile (per chi vuole c’è lo streaming). La scansione dei pezzi sarà di 4-5 a settimana e la lunghezza mai eccessiva, niente colate laviche, altrimenti in redazione si arrabbiano e poi mi tocca scrivere l’agiografia di Nicola Porro per punizione.

Il tabellone dice che le semifinali saranno Djokovic (1)-Murray (4) e Nadal (2)-Federer (3). Ma dipenderà solo e soltanto da Seppi.

Buona Mirka Vavrinec a tutti.