Nel 2010 un professore inglese, Noel Whitty, ha pubblicato su Human Rights Law Review uno studio che tratta del rapporto tra (la visualizzazione dei) diritti umani (e della loro violazione) e la fotografia/ripresa digitale. Il caso da cui ha preso le mosse, le fotografie di detenuti da parte di militari inglesi e la morte di Baha Mousa (un civile iracheno deceduto nel 2003 nel sud dell’Iraq dopo un periodo di detenzione in una base militare inglese), è molto simile a quello discusso in questi giorni che riguarda episodi di vilipendio di cadaveri da parte di militari statunitensi.

L’analisi è molto interessante: valuta alcuni aspetti “nuovi” che le tecnologie digitali hanno portato in luce nel loro utilizzo come strumento di testimonianza in zone di guerra. I punti in discussione sono numerosi: la possibilità che le nuove tecnologie offrono per registrare e diffondere episodi di violazione di diritti umani, le possibili controversie che possono sollevare fotografie scattate in contesti così delicati, il concetto oggi rinnovato (l’autore lo definisce “espanso”) di visualizzazione della violazione di diritti umani, di sofferenza e morte nelle zone di guerra e gli aspetti di svantaggio e vantaggio, di utilità e danno che simili operazioni possono portare.
Procediamo, però, con ordine.

Una cosa è nota, indipendentemente dal contesto di guerra: le nuove tecnologie hanno portato nuove modalità di testimonianza e di diffusione “visuale” istantanea di fatti in Internet. L’autore nota come la categoria tradizionale tanto cara agli studiosi di “human rights visual culture”, di poter rappresentare “visivamente” i diritti umani e la loro violazione, si stia evolvendo rapidamente.

Si ricorderà, però, che non è cosa nuova rappresentare visivamente (ad esempio: in un’aula di tribunale) episodi orribili di violazione dei diritti umani: il caso classico, è noto, fu in occasione dei Processi di Norimberga, dove vennero proiettati filmati ed esposte fotografie che servivano a incardinare nell’immaginario visivo di giurati (e di tutti) episodi di violenza, strage, esperimenti medici e altro. Si rammenti anche, in epoca più recente, il Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia, che approntò un archivio di oltre 300 video che testimoniavano atrocità nei Balcani. Ed era, sino ad oggi, cosa molto rara poter vedere “dentro alle guerre”: di solito si poteva “vedere” solo grazie a materiale ufficiale che operava in un’atmosfera di “censura” (o di “patto” tra governo, militari e media) che condizionava la disponibilità del materiale visuale (senza risalire alle censure operate in guerra di Crimea attorno al 1850 o alle modalità di reportage della guerra del Vietnam, si pensi che nel 1982, durante la guerra delle Falkland, furono accreditati ufficialmente solo 200 giornalisti, la metà di quelli accreditati qualche mese fa per il processo di appello per la morte di Meredith).

Che cosa è cambiato grazie alle tecnologie? Tre cose, nota lo studioso: la possibilità di superare le barriere fisiche (la fotografia in zona di guerra era sempre stata riservata ai giornalisti o fotografi embedded, mentre ora, in zone di guerra, ci sono innumerevoli possibili fonti di testimonianza grazie alla facilità d’uso e alla diffusione dei telefoni), la possibilità anche per i soldati di documentare le loro azioni (questa, lo studioso, la definisce una sorta di visione dei fatti attraverso una “lente” che si basa anche sulla volontà da parte dei soldati di mantenere “ricordi” di ciò che è accaduto) e la grande capacità amplificativa di questi mezzi (tanto che, con dubbio gusto, alcuni episodi di omicidio sono stati classificati come “l’omicidio più visto di tutti i tempi” o “la tortura più cliccata della storia”).

La lettura di questo articolo pone alcune riflessioni, che penso sia giusto condividere:

i) la “visual representation” di simili episodi è sempre positiva (con influenza non solo su azioni ufficiali, disciplinari e processi, ma anche sulla opinione pubblica) o può, in alcuni casi, portare a una (mis)representation sino a servire a fini contrari o, peggio, a portare indifferenza in chi guarda? Di conseguenza, è “naturale” che un aumento di diffusione visuale di simili episodi porti a una reazione ufficiale o a un pubblico disgusto, o non è così “matematico”?

ii) l’indiscutibile aumento di produzione di materiale visuale digitale dalle zone di guerra ha sempre come fine primario quello della testimonianza, o la mutazione dell’uso della soldier photography grazie all’ubiquità dei cellulari risponde anche all’aumentato desiderio da parte dei soldati di testimoniare e registrare la loro personale esperienza e condividerla con familiari, amici e l’intera comunità su Internet, fattore comune, oggi, in tutta la cultura e stile di vita condizionato dai media?

iii) la prova visuale digitale può davvero diventare la “prova regina”, una testimonianza incontrovertibile di ciò che è accaduto in un contesto di violazione dei diritti umani, od occorre muoversi con grande circospezione e cautela?

iv) stanno cambiando, grazie al digitale, le classiche regole del foto-giornalismo di guerra, che era sempre strettamente legato alla presenza in loco di fotografi autorizzati (e controllati) e spesso vi era una censura sui campi di battaglia e sulle riprese possibili? Ciò porterà una (benefica?) impossibilità di controllo su foto scattate in ogni contesto? Dal campo di battaglia alle prigioni, dai campi per detenuti alle basi militari?