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di Gloria Origgi | 12 gennaio 2012

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2011: i fatti da salvare

La Befana si è portata via tutte le feste e il 2011, spazzando così fatti, eventi, notizie che non vedranno mai il giorno e scompariranno nell’ oblio collettivo. Senza nessun intento nostalgico, anzi, come augurio di Buon Anno, vorrei comunque rendere un ultimo omaggio a una selezione di fatti dell’anno scorso, ormai vecchi, prima della loro definitiva sepoltura.

1. In Messico, il deputato di sinistra Lionel Luna propone, in settembre 2011, una legge per regolare quello che tutti sanno sul matrimonio, ma non osano dire, ossia che non dura: l’idea è un contratto di matrimonio a durata determinata, di soli due anni e rinnovabile. Se i due, dopo due anni, vanno d’amore e d’accordo, ritornano dal giudice e rinnovano per altri due anni. Se è la guerra, risparmiano le spese degli avvocati per separarsi, perché il contratto di matrimonio che hanno firmato prevede già le modalità di separazione e doveri e diritti nei confronti degli eventuali figli. Facile, no? Perché nessuno ci ha pensato prima?

2. Un best-seller americano di David Brooks, The Social Animal (Random House, 2011) ci spiega che il successo nella vita dipende molto di più dalle nostre competenze sociali (capire in fretta chi abbiamo davanti, avere emozioni appropriate nel contesto appropriato, saper provare empatia, arrabbiarsi a volte ma non troppo e ridere a volte ma non troppo, etc etc…) che dal nostro quoziente di intelligenza. In un misto di narrazione e saggistica molto divertente, Brooks costruisce due personaggi, Harold ed Erica, e racconta come la loro vita si dispiega, tra studi, amicizie, amori, lavoro e figli, mostrando l’influenza delle loro reazioni inconsce, dei tratti genetici dell’animale sociale e della struttura culturale e familiare in cui vivono sul loro successo.

Anche l’America è stufa del modello del successo affidato all’individuo unico, solitario e superdotato intellettualmente. In un mondo in cui così tanto dipende dagli altri, saper sfruttare bene le opportunità sociali che abbiamo intorno ci dà più chances nella vita che riempirci la testa di teoremi di econometria…La natura sociale della nostra vita, secondo Brooks, spiega anche la nostra morale: l’animale sociale adegua il suo comportamento morale a quello degli altri non perché segue delle norme, di rispetto, civiltà o cooperazione: la sua motivazione è puramente emotiva: non vuole dispiacere agli altri. Se smetto di fumare non è perché ho capito che è il fumo provoca danni alla società e a me stessa, ma perché con la sigaretta in bocca non piaccio più ai miei amici. Inutile quindi mettere sui pacchetti la scritta: “Fumare uccide”. Meglio scrivere qualcosa come “Se fumi ti puzza l’alito e il tuo ragazzo non ti bacerà”: l’animale sociale risponderà più rapidamente dell’agente morale che è in noi.

3. E’ uscito in Francia, in novembre 2011, il documentario sull’autismo Le Mur, scritto e realizzato da Sophie Robert, produttrice e regista ed esperta di psicologia e psicanalisi. In una serie d’interviste a psicanalisti francesi, la Robert mostra la vagonata di scemenze – indietro di circa 40 anni con la ricerca – che costoro ancora raccontano sull’autismo: si tratterebbe di un disturbo generato da una mancata relazione con la madre alla nascita, o addirittura da una depressione materna durante la vita intra-uterina, oppure da un’angoscia iper-protettiva materna che fa chiudere il bambino su di sé… professoroni come Alexandre Stevens o Aldo Naouri, si alternano allo schermo per 52 minuti e senza nessuna vergogna sciorinano teorie e terapie una più senza senso dell’altra.

Vale la pena di guardare il documentario sul sito dell’associazione Autistes sans Frontières. Oggi si sa che l’autismo è un deficit di sviluppo della cognizione sociale, da cosa sia provocato non si sa, ma certo non da madri cattive, angosciate o assenti. Non è assimilabile a una psicosi, come fanno invece gli psicanalisti, ed è un disturbo con caratteristiche molto precise (per esempio, nel 95% dei casi colpisce i maschi: ora, o le madri sono generalmente assenti solo con i figli maschi o la percentuale resta misteriosa!). Davanti alla paura della figuraccia, tre degli psicanalisti intervistati hanno cercato di bloccare l’uscita del documentario, davvero poco sportiva come reazione. D’altronde se una disciplina in cento anni non riesce a superare il suo grande padre fondatore, forse dovrebbe farsi delle domande.

4. Sarebbe davvero peccato che il pubblico italiano si facesse sfuggire la vicenda, ormai del 2010, ma con seguiti importanti nel 2011, della storico dell’Unione Sovietica Orlando Figes. Ricco, famoso, pluripremiato, conosciuto anche in Italia per i suoi best-seller, come La danza di Natasha, (Einaudi, 2004), e Sospetto e silenzio. Vite private nella Russia di Stalin (Mondadori, 2009), lo storico britannico è stato beccato a scrivere, di notte, recensioni velenose contro i libri dei suoi colleghi su Amazon.co.uk. Senza molta fantasia, Figes aveva scelto come pseudonimo per le sue invettive anonime: Historian-Birkbeck, che, per uno che insegna storia a Birkbeck College, non è il travestimento perfetto. Sotto queste mentite spoglie, Orlando Figes si sfogava sui libri dei suoi rivali. Di Comrades di Robert Service, dice che è “orrendo” e “curiosamente noioso”. E di quello della collega Rachel Polonsky, Molotov’s Magic Lantern, scrive: “E’ uno di quei libri riguardo al quale la prima domanda che viene in mente è perché sia stato scritto”.

Il misterioso recensore, non si limita a stroncare gli avversari: ama anche scrivere recensioni appassionate, solo però dei libri di Figes. Di Sospetto e Silenzio, infatti, scrive: “Meravigliosamente scritto, lascia il lettore stupito, travolto eppure più lucido di prima. Un regalo per tutti noi”.  Accusato, Figes contrattacca, nega tutto, dice agli avvocati che farà causa per diffamazione. Messo ai ferri corti dalle prove, sempre di notte, cancella gli pseudonimi e accusa la moglie di essere lei l’autrice delle recensioni, perché non poteva accusare nessun altro – dato che l’indirizzo IP del computer corrispondeva a quello di casa sua! – e infine crolla: confessa tutto, dicendo di non capire lui stesso il perché delle sue azioni, e accusando una grave depressione nervosa. Rovinato dalla sua stessa sete di reputazione, Figes è una figura hobbesiana, un uomo distrutto dalla passione divorante per una gloria inutile, un esempio di come il nostro bisogno di reputazione ci renda vittime del destino della nostra immagine, facendo così di noi stessi la prima preda della nostra caccia all’esistenza sociale.

La lista potrebbe continuare a lungo, ma anche il 2012 preme, già pieno di nuovi fatti da salvare, e devo correre al soccorso di questi neonati.

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