La notizia è esplosiva, ma in fondo semplice: si prepara un nuovo referendum, il quarto (questa volta nazionale), che deciderà le sorti della Fiat in Italia e le condizioni dei lavoratori in questo Paese. Ma forse disegnerà anche il futuro dell’auto alla Fiat, e i rapporti di forza sui diritti fra imprese e sindacati. Ecco perché il nuovo look barbudo lo fa sembrare padre Alex Zanotelli (copyright Marco Damilano), ma il cuore di Sergio Marchionne, quando risponde sibillino (e forse anche stizzito) all’ultima sfida della Fiom resta sempre quello di un turbocapitalista corsaro e splendidamente iracondo: “Se vogliono il referendum risponderanno delle conseguenze”. Toni serissimi, adeguati all’ultima battaglia che si prospetta nella guerra infinita fra Fiat e Fiom. Per capire cosa sta accadendo occorre riassumere le puntate precedenti. Dopo la sfida di Termini Imerese, di Pomigliano, l’Ok Corral del referendum Mirafiori e il duello all’ultimo sangue alla Bertone (dove la Fiom spiazzò tutti votando sì), si arriva alla battaglia finale. Una consultazione di tutti i lavoratori interessati dal nuovo contratto che, con la solita astuzia omerica, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil sta cercando di rendere possibile. La svolta dentro l’organizzazione guidata con piglio carismatico da Maurizio Landini è maturata nell’ultimo Comitato centrale, due giorni fa, ma era stata in qualche modo oscurata dall’ora tarda e dalle indiscrezioni sulla Peugeot. Anche perché il cambio di passo non era facilmente comprensibile, dai profani, se non per un dettaglio rivelatore. Per poterlo realizzare Landini (e il responsabile auto Giorgio Airaudo) hanno voluto un voto del massimo organismo dirigente su un documento che ha scontentato la sinistra estrema e in parte anche l’ala più moderata, perché chiedendo di sfiduciare Marchionne, la Fiom mette in gioco anche se stessa.

E a dirlo, apertamente, è lo stesso Landini: “Se il nostro quesito venisse bocciato il gruppo dirigente che io rappresento se ne assumerebbe fino in fondo la responsabilità”. O meglio, nelle parole drammatiche pronunciate da Giorgio Airaudo nel corso della riunione: “Se perdiamo ce ne andiamo”. Ma allora perché i sindacalisti più battaglieri del Paese si mettono volontariamente in una nuova sfida tra Davide e Golia? Landini è chiaro: “Marchionne ci sfida da anni sul piano della democrazia? E allora noi lo sfidiamo: facciamo votare tutti, e vediamo cosa ne pensano delle nuove regole i suoi dipendenti”. Airaudo stringe il pugno: “Se noi mettiamo in gioco tutto quel che abbiamo costruito in questi anni, la Fiat deve dire una cosa semplice che chiedono anche i ministri del governo Monti: quali investimenti vogliono fare davvero in Italia e spieghino chiaramente che la più grande industria nazionale non se ne va”. Una presa di posizione che non piace alla sinistra interna della Fiom, vicina alle posizioni di un leader storico come Giorgio Cremaschi: “Non capisco cosa succede se vince il sì al contratto Marchionne. Che facciamo, firmiamo il contratto come suggerisce la segreteria? Io – spiega Cremaschi – sarei assolutamente contrario. Anche se vincesse la posizione di Marchionne, noi in nessun caso possiamo farlo. Quei diritti sono indisponibili. Firmare vorrebbe dire legittimare Marchionne, una follia”. Poi Cremaschi lancia anche un guanto di sfida malizioso alla leadership del suo sindacato: “Che non firmeranno in nessun caso lo devono dire subito”. Ma il segretario ha una posizione assolutamente opposta: “Noi giochiamo per vincere. E diamo battaglia in campo aperto. Ci sono fabbriche in cui quel contratto è stato calato dall’alto senza motivo”. Aggiunge Airaudo: “Il contratto Mirafiori alla Ferrari è una follia. Così come alla Bertone o alla Magneti Marelli, dove il problema della produttività non esiste. La nostra è una battaglia sui diritti, nella democrazia, e vogliamo misurare il nostro consenso senza nessun ricatto”.

Ma il vero enigma (e questo è l’ultimo dilemma), è cosa farà la Fiat. La frase dell’ad dall’America lasciava intendere che la strategia sia, ancora una volta, minacciare il ritiro dalle fabbriche italiane. Ma è proprio questo margine che la mossa referendaria della Fiom mette in crisi. Anche perché – e qui è l’astuzia – visto che per far votare le Rsu la Fiat ha fatto ricorso all’accordo del 1993, Landini ha scovato nello stesso contratto la possibilità dell’abrogazione. Il sindacato ha preparato la mossa con una raccolta discreta. Ora ha tempo solo fino a venerdì per arrivare a 17 mila firme. Ne mancano 4 mila. Se ce la fanno, il boccino torna nelle mani di Marchionne.

Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2012