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Meglio produrre cibo o carburante?

L’Earth Policy Institute (Epi), già nel 2009, anno in cui si è raggiunto il record di un miliardo di affamati nel mondo, denunciava che 107 milioni di tonnellate di granaglie, oltre un quarto della produzione statunitense, erano finite nelle distillerie di etanolo americane. Un quantitativo di cereali che sarebbe bastato, secondo i calcoli dell’Organizzazione, a sfamare circa 330 milioni di persone, più della stessa popolazione statunitense.

Gli Stati Uniti sono il principale produttore di cereali al mondo, in grado di esportare più di Argentina, Australia, Canada e Russia messi insieme. Ma l’accresciuta richiesta di cibo necessario a produrre carburanti per i veicoli americani può creare non indifferenti variazioni dei prezzi alimentari in tutto il resto del mondo.

La crescita della domanda mondiale di agro-combustibili ha ridotto la produzione di granaglie, riconvertito le coltivazioni di ampie superfici agricole e fatto esplodere i prezzi. La popolazione mondiale, secondo l’opinion leader Luis Hernández Navarro, consuma direttamente meno della metà delle granaglie che si raccolgono. Il resto serve a nutrire il bestiame e i veicoli a motore. E considerando il fatto che il quantitativo di cereali necessari a produrre etanolo per il pieno di un Suv potrebbe sfamare una persona per un anno, viene effettivamente da porsi delle domande sull’attuale modello produttivo di etanolo, biodiesel e i cosiddetti “biocarburanti”.

Soprattutto se si valuta quanto la domanda sia insaziabile, nel Paese della crescita a tutti i costi, che oltre all’usa e getta ha insegnato al resto del mondo come cercare sempre nuovi modi per aumentare l’offerta, piuttosto che diminuire la domanda. L’Earth Policy Institute ha calcolato che, se anche l’intera produzione di granaglie statunitense fosse convertita in etanolo (non lasciando quindi niente per la produzione di cibo, non solo pane, pasta e riso, ma anche ciò che serve a nutrire gli animali che forniscono carne, latte e uova), si riuscirebbe a soddisfare, al massimo, il 18% dei bisogni dell’automotive americana.

Forse il problema risiede nella crescente concentrazione monopolistica dell’industria agro-alimentare mondiale. La fame di molti è l’abbondanza per pochi. In momenti di avversità come la crisi attuale, un piccolo numero di imprese hanno visto crescere i propri profitti in modo esorbitante. È il caso delle compagnie che producono sementi e fertilizzanti, come Dupont, Monsanto e Sygenta, che hanno incrementato i propri guadagni anche di molto, o delle multinazionali trasformatrici di alimenti, come Nestlé e Unilever.

Per contro, dopo essere diminuito costantemente fino alla fine degli anni Novanta, il numero di persone malnutrite è ricominciato a salire, vertiginosamente. Stando ai dati della Fao, se nel 1969 soffrivano di malnutrizione meno di 900 milioni di persone, nel 1997 erano poco più di 800 milioni; fino al ritorno a 900 nel 2006, il sorpasso di tale cifra nel 2008 e l’incredibile impennata, che ha portato appunto ben oltre il miliardo di individui, nel solo 2009. Sarà casuale?

Negli Stati Uniti la legislazione prevede che nel 2012 si consumeranno 27 miliardi di litri di biocombustibili. George W. Bush propose nel 2008 come obiettivo di distillare 133 miliardi di litri nel 2017, e per raggiungere questo obiettivo stabilì un ambizioso programma di incentivi economici ai produttori.

Vedremo se il suo successore Obama, così innamorato della “Green economy”, riuscirà anche in questo caso ad andare oltre le aspettative. Non delle popolazioni di Messico, Haiti, Mauritania, Yemen, Filippine, Egitto, Bangladesh, Indonesia, Marocco, Guinea, Mozambico, Senegal, Camerun, Burkina Faso e di tutte le altre che hanno più volte protestato negli ultimi anni per l’abnorme aumento dei prezzi del cibo, ma delle multinazionali agro-alimentari.


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