La magistratura è da molto, troppo tempo in trincea. Attacchi alla Costituzione, proposte di riforma capaci di minare la separazione dei poteri e l’autonomia dei pubblici ministeri e poi le leggi ad personam, l’abolizione di fatto del falso in bilancio, i tentativi di demolire le intercettaazioni e di estendere sempre di più un istituto che già ha degli effetti abnormi nel nostro paese come la prescrizione. E ancora gli attacchi dalla classe politica: antropologicamente diversi, il cancro del paese, fannulloni, ecc…

Era quasi inevitabile che la magistratura, già di per sè auto-referenziale per deformazione professionale, finisse per andare in trincea, per arroccarsi e difendere la linea del Piave. Ho spesso condiviso questa “difesa” della legalità, della Costituzione e del ruolo della magistratura, ma opporsi a questi cambiamenti pericolosi ed errati non vuol dire non riconoscere il bisogno di riforme in assoluto.

L’Associazione Nazionale della Magistratura ha spesso cercato anche di formulare proposte costruttive cercando di indicare temi concreti (basta vedere i comunicati ufficiali degli ultimi anni): quello che è mancato davvero è il coraggio di fare riforme significative al nostro interno.

La magistratura non è la principale colpevole dello stato patologico della nostra giustizia: i dati dell’istituzione europea CEPEJ dimostrano che siamo ai vertici per carico di lavoro e produttività. Tuttavia è evidente anche a chi non lavora nei tribunali che ci sono nodi importanti da sciogliere; ne indico due in particolare:

– le scelte dei capi degli uffici sono ancora troppo spesso inquinate da logiche correntizie e non sempre prevale il merito (e quindi non sempre prevale l’interesse a una migliore amministrazione della giustizia nell’interesse della collettività)

– il sistema disciplinare è diventato più severo ma tende a colpire più che altro il singolo errore o la singola anomalia, lasciando spesso tranquilli quelli che lavorano poco e si nascondono tra le carte.

Da entrambi questi gravi problemi si può uscire solo in due modi: aprendoci almeno in parte al contributo e alla valutazione degli altri operatori (avvocature, polizia giudiziaria, personale amministrativo e cittadini utenti degli uffici giudiziari) e utilizzando parametri oggettivi (non solo la quantità di provvedimenti sfornati ma anche la loro tenuta nei diversi gradi per esempio, dato del tutto sconosciuto ad oggi). Ci sono dei rischi in questa sfida, ma soprattutto tante opportunità.

Oggi finalmente siamo in un momento di tregua e non abbiamo più la “scusa” di doverci difendere dagli attacchi dalla politica (altro che scontro, in questi anni siamo stati investiti…). Approfittiamo di questo momento per mettere a nudo i nostri errori e le nostre mancanze: apriamoci al confronto con i cittadini e con gli altri operatori della giustizia (gli avvocati facciano lo stesso) e cerchiamo di superare le logiche corporative. Io credo che solo una maggiore trasparenza e apertura possa rimettere pienamente al passo coi tempi la magistratura italiana (che vive ancora troppe contraddizioni). Solo così si potrà così evitare che dopo questa fase di tregua si torni in trincea e giungano ancora riforme punitive, ideologiche o ancor peggio dettate da una classe dirigente che ancora non sembra aver davvero deciso da che arte stare tra corruzione e legalità.

Il rispetto delle leggi è questione troppo complicata e delicata in questo Paese perché la magistratura possa permettersi cadute sul piano della credibilità etica e dell’autorevolezza professionale. Per fare questo abbiamo bisogno che l’opinione pubblica ci stimoli su questi temi: raramente nel nostro Paese le riforme arrivano se non si diffonde una forte percezione della necessità ed urgenza delle stesse. Soprattutto le riforme che andrebbero realizzate anche da coloro a cui si rivolgono.

La miglior difesa è l’attacco: ovvero, in questo caso, la miglior difesa della legalità è l’avanguardia nelle riforme.