La rapina finita nel sangue due giorni fa a Roma e la follia omicida di metà dicembre a Firenze riportano in primo piano il tema della licenze per il porto d’armi. Il motivo è semplice: giusto un mese prima di questi episodi, senza troppa pubblicità, il Parlamento ha cancellato con un tratto di penna il “catalogo nazionale delle armi comuni da sparo” cioé lo strumento che negli ultimi 36 anni della Repubblica ha garantito un controllo sul rilascio e la detenzione delle armi ammesse a circolare sul territorio italiano. Con il comma 7 dell’articolo 4 della legge (n. 183 del 12 novembre 2011) è stato abrogato l’articolo 7 della legge 18 aprile 1975, recante le “norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi” istituito presso il ministero dell’Interno.

Quasi un atto amministrativo cui sono seguite polemiche ma sul quale il governo non ha fatto marcia indietro, considerando le critiche di alcuni parlamentari frutto di un infondato allarmismo. Tre giorni dopo, infatti, un gruppo di parlamentari del Pd ha presentato un disegno di legge che chiedeva il ripristino d’urgenza del catalogo e definiva quella scelta “inopinata e sconsiderata” per gli effetti che avrebbe avuto sulla sicurezza dei cittadini. Parole quasi profetiche. Un mese dopo, con una magnum Gianluca Casseri in piazza Dalmazia e poi nel mercato di Borgo Sal Lorenzo a Firenze uccideva ambulanti senegalesi come in un videogioco. E due sere fa, a Tor Pignattara, la sparatoria in cui vengono uccisi un cinese e la sua bimba di nove mesi. Stragi a mano armata che oggi riportano l’abolizione del pubblico registro delle armi al centro del dibattito e ovviamente chi l’ha caldeggiata nel mirino delle polemiche.

In realtà la decisione di cancellare il registro appartiene ancora al governo Berlusconi e quello dei tecnici l’ha semplicemente mantenuta. E non era la prima volta che si tentava di affossarlo per legge. Lo denuncia lo stesso disegno di legge “riparatore” che ora pende in Senato. “Nel corso della presente legislatura – si legge nel Ddl – si era assistito nell’aula del Senato a tentativi operati dai lobbisti delle armi di abrogazione del catalogo. Questi tentativi però erano stati vanificati dal contrasto netto della maggioranza dei Senatori, che avevano convinto gli stessi sostenitori dell’abrogazione a fare marcia indietro e a riproporre la questione in sede di commissione o in altra idonea per una discussione approfondita”. Invece, approfittando di un provvedimento che avrebbe osato smontare – perché a carattere d’urgenza per i conti dello Stato – si è inserita furbescamente la norma di abrogazione del catalogo armi, un provvedimento che nulla aveva a che fare con quello principale.

La zampata non è sfuggita alle associazioni legate alla rete italiana del disarmo compatte nel ritenere che questa decisione avrebbe condotto a un “far west” armiero. “Si va verso uno smantellamento del controllo sulle armi leggere e sull’export – denunciava Giulio Marcon, portavoce della campagna “Sbilanciamoci” e aderente alla “Rete italiana per il disarmo” – l’Italia rischia di perdere il controllo sulla diffusione delle armi e di favorire la criminalità organizzata”.

Ma perfino i sindacati di polizia hanno espresso la noro netta contrarietà al provvedimento. “Con l’eliminazione del catalogo liberalizzano il commercio delle armi più pericolose in Italia”, rimarcava ad esempio l’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp). Che pur di far ragionare il legislatore “tecnico” la ributtava sul piano dei costi: la cancellazione del registro infatti farebbe lievitare “vertiginosamente le spese per il loro controllo, che dovranno essere sostenute dai cittadini”.

E allora chi chiede la libera e incontrollata circolazione delle armi? I costruttori, la fiorente industria d’armi nazionale che svetta in cima alle classifiche europee come fornitore di armi. Lo rivela un trionfale comunicato del 29 novembre scorso dell’Anpam, l’Associazione nazionale dei Produttori di armi e munizioni che certifica il primato italiano nella vendita di armi per uso sportivo-venatorio: 2.264 imprese, 11.358 addetti, 612.408 armi, 902 milioni di munizioni per un valore della produzione peri 486 milioni di euro. Il 60% di quelle che circolano in Europa le produciamo “noi” (370 milioni di euro in valore). E la stessa associazione, che è poi il volto istituzionale della lobby armiera nazionale, difendeva così l’abrogazione come una richiesta proveniente dall’Europa: “L’abolizione del Catalogo – recita una nota – è stata espressamente richiesta dall’Europa mediante una recente procedura d’infrazione, la 2336/11/Italy, e ci uniforma agli altri paesi europei”. Eppure di procedure aperte nei confronti dell’Italia ce ne sono 136 e la prima sanzione per il nostro Paese è arrivata a novembre per 30 milioni di euro. Ma, sorpresa, non riguarda affatto le armi ma il mancato recepimento di una direttiva comunitaria relativa ai contratti di formazione lavoro.