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di Andrea Scanzi | Emilia Romagna | 4 gennaio 2012

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I clippini di Vasco o il 3D di Liga? Il derby emiliano va al libro di Zucchero

Al cinema e in libreria i tre cavalieri del rock si raccontano in un derby della via Emilia. Tra racconti di vita, aneddoti, grappe, Prozac e Johnny Cash

“Correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il west”. Questo, a dar retta a un cantautore non esattamente minore, era quanto accadeva decenni fa in quel crocicchio di terra che non ha mai smesso di mescolare lambrusco e pop corn.

Ora che il tempo è passato, le osterie di fuori porta son chiuse e il vino ha puntualmente smarrito le ultime bollicine, la via Emilia ospita sopravvissuti e sopravviventi. Qualcuno scrive, altri si filmano. Tutti si raccontano. Ognuno offre la sua madeleine. Al buffet della memoria illustre partecipano i fan di più stretta osservanza e, forse, anche chi desidera semplicemente conoscere il vissuto dei burattinai di parole. Quelli bravi e quelli meno. È l’inedito triello della via Emilia: Ligabue con il docu-film Campovolo 2. 0 3 D, Vasco e Zucchero con La versione di Vasco (Chiarelettere) e Il suono della domenica (Mondadori). Autobiografie e derivati. Un po ’ consuntivi e un po ’ autocelebrazioni, di sicuro reminiscenza.

Ligabue è uno strano caso di umile apparente, con ego rigogliosamente ipertrofico. Tutt’altro che un difetto, beninteso: grazie all’auto-stima, e alla convinzione che il suo percorso personale sia un credibile quanto redditizio ombelico del mondo, il Liga si racconta da più di vent’anni. Spesso senza cambiare canzone, ma calamitando pur sempre l’affetto di generazioni diverse. Lo paragonano a Vasco, a cui somiglia giusto nella permalosità; in realtà è la versione meno talentuosa, e più adolescenziale, di Lucio Battisti. Curiosamente, e ultimamente, i guizzi coincidono con tutto ciò che non è musica. Ligabue è ormai convincente quando non esercita il suo mestiere propriamente detto (cantore generazionale) ma si misura in territori relativamente alieni: buon romanziere, discreto regista. Campovolo 2. 0 3 D non è Woodstock e nemmeno lo scorsesiano The Last Waltz.

L’adunanza del 16 luglio 2011 – 120 mila persone – è il nucleo della storia, non però ciò che colpisce maggiormente. Se Ligabue fosse dotato di autoironia, e in merito il dibattito resta aperto, potrebbe convenire sul fatto che, senza i suoi brani, Campovolo 2. 0 sarebbe operazione innegabilmente di pregio. Perfino commovente: nella narrazione, nella bassa epopea, nel retroterra ruspante. Al netto della divinizzazione, e al lordo del Bar Mario, il film si rivela invece e soltanto un prodotto gradevole. Il successo al botteghino ribadisce come Ligabue sia fenomeno uno e trino, sorta di Fiorello del quasi-rock: sopravvive a dispetto di una perdurante secca creativa, reiterando il miracolo delle radio che passano (o passavano?) Neil Young. Restauratore di se stesso e gallo dalle uova d’oro: “Finché ce n’è”, come urlerebbe lui. Non più contro il cielo.

La versione di Vasco è in apparenza autobiografia e di fatto pubblicazione dadaista. Flashback, flashforward, filo logico un po ’ ad minchiam. In perfetta linea, e clichè, con l’autore. Non si sa se “C’è un po ’ di Vasco in ognuno di noi”, come strilla la copertina, aggiungendo poi una tripla A vagamente ribelle (“Amorale, Anarchico, Autentico”). Di sicuro le pagine, se da un lato pescano generosamente nel repertorio del Vasco folgorato sulla via dei clippini, dall’altro concedono squarci veri: la morte del padre, il rapporto con Dio, la lettura di Bakunin (e di Proust). Tutto è malinconico, crepuscolare. Sin dai titoli dei capitoli, Vasco ringrazia il suo popolo (“Siete solo voi”), si mostra autoindulgente (“Voglio una vita … come la mia”) e riverbera slogan utopici (“Liberi di volare”, “E mi ricordo chi voleva al potere la fantasia”). La versione di Vasco – ricavato delle vendite a Don Ciotti – è esattamente il libro che i fans si aspettavano: qui risiede la sua forza e qui il suo limite.

Alla fine, tra i presunti duellanti, vince l’outsider apparente. Cioè Zucchero. Dei tre è quello che sta vendendo di meno, a conferma del rapporto inversamente proporzionale tra qualità e incassi, legge mediamente ferrea di cui ha goduto anche Zucchero nella sua altalenante carriera. Il suono della domenica è una delle migliori biografie musicali italiane. Aneddoti a profusione, infanzia difficile, lutti obnubilanti. Il solo capitolo sulla collaborazione tra Zucchero e Miles Davis, per il duetto in Dune mosse, vale la lettura. Si scopre la vera storia di Pippo (sì, quello del “Pippo che cazzo fai?”), si incontrano De Gregori e Guccini, si spia “Dastino” Hoffman che grida inginocchiato: “Sucherooooo, Sucheroooo, You are the best!”. E poi la depressione, i tapiri, le accuse di plagio. L’infatuazione per la voce catacombale – e bellissima – di Johnny Cash nelle American Recordings. Le gaffes, il sesso, le sbronze. Sane e consapevoli libidini, mari impetuosi al tramonto. Una galassia allucinata e allucinante di amici famosi, reverendi improbabili e donne mantidi da cui non ci si può – e vuole liberare.

Ricette bizzarre (“Grappa e Prozac”), bivi esistenziali (“Figa vs musica”) e lo sclero a Porto Cervo contro il pubblico di riccone distratte (“Lavandino, baraccone, bagascione, tegame, cassonetto!”). Non manca Joe Cocker, mito dichiarato di Mister Fornaciari. Organizzarono un minitour insieme: Rimini, Viareggio e poi Napoli. Cocker era drammaticamente ciucco. Salì sul palco del San Paolo in ritardo, mentre Zucchero provava a placare gli animi. “Arriva Joe, la pancia dilatata così, a fare l’urlo. E fa: ‘ Ahhh’. Non usciva niente. Solo aria, era senza voce. Cade per terra. Prende una schienata sul monitor. ‘ Help me, help me’. Lo tiro su, la gente fischia: ‘ Strange night, tonight ’ e se ne va”. Strana notte, stanotte. E strano libro. Al punto da funzionare.

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