Ero in Egitto a cavallo tra gennaio e febbraio e si respirava la storia. A tutti i livelli. E non a caso il Time nel suo consueto bilancio di fine anno ha coronato l’indignato come leader indiscusso del 2011.

Questi dodici mesi sono stati cadenzati dalle proteste del nord-Africa, scintille che poi – nelle diverse forme ed elaborazioni – si sono accese anche in Europa, coinvolgendo Spagna e Grecia in primis e poi approdando Oltreoceano. Oggi l’indignato – questa figura carica di significato simbolico ma ancora indistinta (il Time l’ha voluto rappresentare proprio così) arriva a lambire le fredde terre dell’Unione Sovietica, e gli analisti si affrettano a dichiarare che i mesi che verranno determineranno altri capovolgimenti.

Pochi giorni fa lo scrittore libico di nascita e venezuelano d’adozione Moises Naim ha proposto un racconto sul 2011 inteso come l’anno delle grandi mobilitazioni. Così ha scritto Naim, tradotto in italiano sull’Espresso della scorsa settimana: “I manifestanti di piazza Tahir hanno deposto un dittatore che governava il Paese da decenni con un pugno di ferro. Le proteste degli indignados di Puerta del Sol o di Wall Street non hanno avuto un seguito di cambiamenti sostanziali. Per ora”.

Capovolgimenti che ci sono stati e che ci saranno, ma non da noi. O almeno non a quei livelli, nonostante la situazione estremamente difficile. Forse perché qui il “welfamily” protegge ancora tanti giovani e non più giovani che continuano ad attingere per la gestione dell’ordinario alle risorse di famiglia, allontanandosi da una mobilitazione collettiva. Oggi da noi – di fronte ad una minoranza rumorosa – c’è una maggioranza silenziosa che non si indigna, che non si mobilita, che non porta all’attenzione le proprie istanze. Ecco allora che non ci sconvolgiamo per le cose che ci succedono, dall’aumento dei biglietti del tram al delirio del lucido calcolo di un assassino xenofobo.

Qualcuno potrà obiettare che qualche lieve scossa in questo 2011 è stata avvertita, soprattutto in prossimità della consultazione referendaria e della crisi che ha portato all’uscita di scena (parziale) del governo Berlusconi. E qualcuno potrà anche affermare che il milione e duecentomila firme raccolte per l’abrogazione dell’attuale legge elettorale rappresentano di fatto una mobilitazione. Ma trattasi di ben poca cosa rispetto alle avanzate popolari che abbiamo visto, e anche rispetto all’Occupy Wall Street che ancora fa parlare. E’ l’anno degli indignati un pò ovunque, ma non da noi.