Il generale e il giornalista si trovarono a tu per tu il 9 agosto 1982. Nell’ufficio in cui il nuovo prefetto di Palermo era arrivato lasciando l’Arma poco più di tre mesi prima. Il generale non amava le interviste, eppure quella l’aveva chiesta lui. Per drammatica urgenza. Nel cuore dei cento giorni in cui, davanti a un’Italia imbambolata dai Mondiali di calcio, si discuteva pubblicamente e incredibilmente dell’opportunità di eliminarlo.

Aveva voluto un giornale e un giornalista non sospetti di benevolenza acritica nei suoi confronti. Bocca aveva espresso più volte su Repubblica le sue perplessità su alcuni episodi della lotta al terrorismo. Era dunque l’interlocutore ideale per dare rappresentazione oggettiva di quel che stava accadendo a Palermo, dello scontro che si giocava sui poteri di coordinamento della lotta alla mafia prima promessi e poi mai dati al prefetto. Il giornalista incuriosito salì fino all’ufficio di “sua eccellenza” per corridoi deserti, senza incontrare più nessuno dopo il piantone all’ingresso. E conoscendo bene i sistemi di sicurezza dell’antiterrorismo intuì al volo l’isolamento del suo ospite.

Il generale gli spiegò come stava cambiando la geografia del potere mafioso, chiamando per la prima volta in causa i cavalieri del lavoro di Catania. Gli disse (nel 1982 …) che la mafia non poteva essere combattuta solo nel “pascolo palermitano” e che gli interessava combattere l’“accumulazione primitiva” mafiosa, le vie del riciclaggio, “le lire rubate, estorte che architetti e grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti à la page”. Poi gli consegnò due messaggi. Il primo: occorreva assicurare ai cittadini i diritti confiscati loro dalla mafia, così da portarli dalla parte dello Stato. Il secondo: aveva capito la “nuova regola del gioco”. Si viene uccisi quando si diventa pericolosi e si è soli. È questa la combinazione mortale, spiegò.

In famiglia disse: “credo che sarà un’intervista storica”. Lo fu davvero. Bocca ascoltò con rispetto e interesse. Si punzecchiarono più volte sul garantismo, come due coetanei celebri che scoprissero in quel momento di potere essere amici. L’intervista uscì il 10 agosto, 23 giorni prima che tutto finisse in un inferno di fuoco. Bocca vi definiva il suo interlocutore un “singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire”. Invece lo capì benissimo.

Dopo la strage del 3 settembre sentì il dovere di non dimenticare quel che aveva visto e sentito; di difendere la memoria del generale che lui aveva saputo capire in poche ore, oltre ogni pregiudizio. Paradossalmente ne diventò amico dopo la morte, rimettendo idealmente insieme le molte cose che avevano in comune: la data e la terra di nascita, il Piemonte risorgimentale, la Resistenza, l’ostilità verso il potere mafioso. Non perse mai occasione per citarlo. Per risarcire il coetaneo potente e abbandonato che un giorno sempre più lontano gli aveva chiesto aiuto.

Il Fatto Quotidiano, 27 Dicembre 2011