Due autobombe sono esplose oggi nel quartiere di Kafer Suse, al centro di Damasco, nei pressi di due edifici della Sicurezza, causando decine di morti tra i civili e, sembrerebbe, anche tra i militari. L’attentato segue di sole dodici ore l’arrivo dei primi osservatori mandati dalla Lega araba. Sui mandanti delle due autobomba a Damasco, il regime siriano ha avuto fin da subito le idee molto chiare, puntando il dito contro al-Qaida. Per altro, solo ieri sera la televisione del regime annunciava l’arrivo nel paese di un gruppo di qaidisti dal Libano, ricordando che da mesi il governo di Damasco combatte una guerra contro i terroristi. Quel che è certo, è che da questa mattina la situazione in Siria si è completamente capovolta. Mi spiego meglio: subito dopo gli attentati, tutte le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che l’onnipresente al-Qaida è comparsa anche in Siria, con il suo carico di distruzione. Da carnefice, il regime siriano è diventato vittima: questo, almeno, è quanto si evince dalla lettura di molti giornali italiani, che si sono affrettati a titolare su guerra civile e conflitti tra sciiti e sunniti. È molto facile, per noi occidentali, dire che un popolo si sta massacrando in una guerra fratricida e settaria.

Ci siamo già dimenticati che cosa è successo in questi dieci mesi in Siria, e che cosa continua ad accadere giorno dopo giorno? Dal 15 marzo si calcolano 5600 morti ufficiali tra i manifestanti, ma alcune stime riferiscono che potrebbero essere già più di diecimila. Gli arrestati sono oltre 15.000. Le persone che in questi mesi sono entrate almeno una volta in prigione sono oltre 70.000. I terroristi contro cui Bashar al-Assad – insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana l’11 marzo del 2010 – combatte da ormai dieci mesi sono il suo stesso popolo, fatto di persone che sono andate incontro ai carri armati con i fiori e i rami d’ulivo in pugno. Uomini come Ibrahim Qashiush, a cui è stata tagliata la gola e strappato il pomo d’Adamo perché cantava nelle piazze di Hama canzoni contro il regime. Quattrocento bambini uccisi, come Hamza Ali al-Khatib, che a tredici anni è stato evirato, torturato e ammazzato con un colpo di pistola dopo una lunga agonia.

Almeno trecento donne uccise. Molte ricercate, come Razan Zaithouni – di 34 anni, a cui è stato arrestato il marito – a capo di una struttura di coordinamenti locali che documentano le violazione dei diritti umani in tutta la Siria. A tutto questo orrore, qualsiasi popolo avrebbe certamente potuto rispondere armandosi nel tentativo di sconfiggere la dittatura, ma il popolo siriano ha scelto di manifestare sino alla fine, pacificamente. Credete che un regime che si è macchiato di crimini tanto orrendi non possa aver provocato quel che è successo oggi al solo scopo di riacquisire credibilità, nell’isolamento sempre maggiore in cui vive?