L’intervento della Bce di ieri non va salutato come gli “arrivano i nostri” dei western classici, ma poco ci manca: 500 miliardi di liquidità immessi nel sistema rappresentano molto più di una boccata d’ossigeno per un sistema bancario europeo che ha un disperato bisogno di fondi (l’anno prossimo scadono oltre 700 miliardi di obbligazioni bancarie). I problemi a breve delle banche sono così superati ed è tutto sommato secondario chiedersi quanta parte di questa liquidità andrà ai titoli di Stato: l’importante è riavviare il meccanismo del credito nel suo complesso. Una forte domanda di titoli di Stato che fa cadere finalmente gli spread come è successo martedì in Spagna è una buona notizia per tutti e giova anche al credito alle imprese perché fa diminuire parallelamente i tassi dei prestiti.

Non bisogna però dimenticare che si tratta di una terapia di emergenza e che per attuarla Mario Draghi ha spostato di molto il confine dell’ortodossia degli interventi delle Banche centrali. Rimangono sul tappeto tutti i nodi della crescita europea e italiana, cioè la necessità di attivare le politiche economiche necessarie per evitare che il rigore fiscale si traduca in un’enorme spinta depressiva. E rimangono sul tappeto i problemi delle banche, della loro robustezza patrimoniale e delle regole necessarie per evitare che in futuro esse si trasformino in generatori e propagatori di crisi finanziarie come è avvenuto. E su questo fronte finora non ci sono segnali positivi. L’unico punto su cui i paesi europei sembrano d’accordo è quello di sabotare il livello comunitario di regolamentazione finanziaria. Al vertice di Bruxelles David Cameron ha posto un autentico ricatto perché ha detto chiaro e tondo: approvo il patto di rigore fiscale se l’Europa la smette di pensare a una regolazione più severa dei servizi finanziari. Come direbbe un famoso slogan: toccatemi tutto, ma non la City. L’ironia vuole che nello stesso momento a Londra venisse pubblicato un ponderoso rapporto che dimostra come il dissesto bancario più grave della storia inglese, quello di Royal Bank of Scotland, sia dovuto non solo a errori manageriali clamorosi, ma anche a una vigilanza all’acqua di rose, la cui preoccupazione principale era quella di turbare il meno possibile le scelte dei soggetti controllati.

Con la faccia di marmo che solo i politici consumati sanno esibire, Cameron ha usato la stessa argomentazione, per di più per l’atto di rottura più grave compiuto da un governo di Sua Maestà negli ultimi anni, scagliando così un autentico siluro contro le speranze di una risposta europea adeguata alla gravità dei fattori che hanno creato la crisi. Sia le ipotesi che stavano faticosamente prendendo corpo a Bruxelles (fra cui quella di una tassazione delle attività finanziarie, che era stata caldeggiata dal Fondo monetario) sia le nuove autorità di regolamentazione si trovano oggi fatalmente in difficoltà.

Purtroppo non è solo un problema dei soliti inglesi. Al tiro al bersaglio contro il livello europeo di regolamentazione si stanno esercitando in molti. Italia, Spagna e Germania fanno oggi a gara nel criticare l’autorità europea in campo bancario (Eba) che ha dato trasparenza e rigore agli esercizi di stress test, ma ha avuto il torto di chiedere alle banche europee una ricapitalizzazione di 115 miliardi (di cui 15 per le banche italiane, ma quasi la stessa cifra per quelle tedesche e il doppio per quelle spagnole). La reazione è stata furibonda: l’autorità, che pure ha agito su impulso del Consiglio europeo, cioè dei capi di governo, è accusata di mettere in ginocchio banche altrimenti solide e di strozzare l’offerta di credito al settore produttivo. La colpa maggiore di cui si è macchiata l’Eba è quella di aver proclamato che il re è nudo. Di aver detto, ad esempio, che Commerzbank è priva di capitale e dovrà essere nazionalizzata. Cioè quello che tutti (tranne i tedeschi si capisce) hanno sussurrato a mezza voce per anni. Oppure di aver riconosciuto che da qualche mese i mercati penalizzano azioni e obbligazioni delle banche perché considerano i titoli pubblici nei loro portafogli come un fattore di rischio e di aver dedotto che la ricapitalizzazione delle banche è condizione necessaria (ancorché non sufficiente) per ripristinare la fiducia. Una realtà dolorosa, ma da tempo affermata da operatori e studiosi di ogni parte: una recente ricerca citata da Financial Times afferma che occorre immettere “tonnellate di soldi” nelle banche. Anche loro talebani?

Delegittimare l’Eba è fin troppo facile: in Italia ad esempio si è saldato il fronte fra il management delle banche, che certo non sprizza di gioia all’idea di aver un maggior volume di capitale da remunerare in futuro, e le fondazioni azioniste dei principali istituti, che hanno risorse ormai ridotte al lumicino. Ma così facendo si ripropone la stessa logica che ha mosso Cameron: gli interessi dell’industria nazionale avanti a tutto. Con il risultato di indebolire il livello di vigilanza europea, che era una delle poche risposte efficaci alla crisi e che diventa essenziale nel momento in cui le debolezze stanno esplodendo e dunque un livello internazionale di supervisione è essenziale. O si crede davvero che la vigilanza tedesca da sola avrebbe riconosciuto la fragilità di Commerzbank? Il guaio è che, nonostante rapporti ponderosi (e tardivi) come quello su Rbs dimostrino al di là di ogni ragionevole dubbio i disastri che possono essere causati da una vigilanza troppo benevola, al momento della verità le banche osannano le Banche centrali che dispensano liquidità a basso costo a piene mani, ma vogliono autorità di vigilanza come la Fsa di allora: un cane da guardia che si muoveva leggero come un passerotto in un’aiuola di petunie.

Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2011