I sindacati fanno le barricate contro la riforma del mercato del lavoro perché “l’articolo 18 non si tocca“. Non lo stanno facendo per difendere me e i miei coetanei, ma per una battaglia ideologica che a mio parere danneggia proprio chi l’articolo 18 non ce l’ha.

Mi spiego. Oggi il mercato del lavoro è diviso come segue: da una parte ci sono i lavoratori coperti dall’articolo 18 e con tutti i diritti che spettano loro; dall’altra quelli che non hanno niente, e cioè che vanno avanti con contratti a progetto e partite Iva, senza il diritto ad ammalarsi, a prendere le ferie, ad accendere un mutuo, a costruire una famiglia e anche a fare carriera. Per i secondi l’articolo 18 non è un’oasi da raggiungere, ma è un’opzione che è stata loro preclusa grazie alla selva di contratti che il legislatore in questi anni ha offerto al datore di lavoro. E infatti per questi lavoratori invisibili vale proprio lo slogan che “l’articolo 18 non si tocca”, nel senso che non potranno mai toccarlo con mano.

Allora cosa fa la ministra Fornero, riprendendo la proposta del senatore Pietro Ichino? Dice (con parole mie): per chi ha l’articolo 18 resta tutto come prima. Per gli altri, gli invisibili, prevedo un contratto unico con assunzione a tempo indeterminato, ma non l’inamovibilità dal posto di lavoro. Così finalmente anche i lavoratori esclusi potranno beneficiare dei diritti che spettano loro, senza però usare le aziende come ammortizzatori sociali.

Perché è questo che fa l’articolo 18: scarica il peso del sostegno ai lavoratori tutto sulle imprese, che agendo invece sulla base del profitto preferiscono assumere con contrattini anziché accollarsi in azienda lavoratori che non potranno più licenziare se non per giusta causa. E la riorganizzazione della produzione? E l’ammodernamento della struttura? E il taglio dei rami meno competitivi dell’azienda? Non sono anche queste giuste cause per le aziende che vogliono sopravvivere in un mercato spietato e che garantiscono allo stesso tempo il lavoro nel nostro paese?

Oggi il mercato del lavoro non è più quello degli anni Settanta, quando l’articolo 18 è stato concepito. Oggi occorre più flessibilità. E lo stato come deve rispondere  alla maggiore mobilità da un posto di lavoro a un altro? Deve spostare il welfare dalla protezione del lavoro a quella dei lavoratori. Tutti i lavoratori, senza distinzione fra aziende grandi o piccole e fra tipi di contratti. Chiunque perde il posto di lavoro e ne cerca un altro va protetto, ma oggi questo non succede. E se vogliamo ripartire con la crescita (e non intendo quella delle tasse), dobbiamo ammodernare le nostre leggi al sistema economico di oggi, adottando il modello della flexicurity che funziona nei paesi scandinavi e che offre la migliore protezione ai lavoratori.

E allora mi chiedo: perché i sindacati anziché portare avanti questa ipocrisia dell’articolo 18 da difendere a tutti i costi, quando invece già oggi copre una fetta minoritaria di lavoratori, non pensano a come proteggere e garantire chi l’articolo 18 non lo vede neanche con il binocolo?