Sembra trascorsa un’epoca. Eppure non è passato neppure un anno. Fino alla tragedia di Fukushima, nel marzo scorso, il nucleare in Francia era solo sinonimo di futuro radioso, espansione, posti di lavoro. E, di pari passo, Areva, il colosso industriale (con Edf) del settore, addirittura il numero uno a livello mondiale, sembrava destinato a un brillante avvenire. Sono bastati pochi mesi per capovolgere la situazione: conti in rosso, posti di lavoro traballanti, prospettive incerte. Per Areva è la crisi peggiore della sua storia. E non c’entra solo Fukushima. Quella tragedia, che ha avuto riflessi oggettivi sul mercato del nucleare, e la crisi che ne è derivata per il settore hanno fatto emergere problemi pregressi e strutturali per Areva: errori di gestione (anche tecnica) dell’Epr, il reattore all’avanguardia, di terza generazione, che i francesi volevano rifilare anche agli italiani ai tempi di Berlusconi. E le incertezze dovute all’eccessivo peso della politica sui destini del colosso.

Piano di rilancio: tagli, tagli e solo tagli. Ieri Luc Oursel, alla guida di Areva dal giugno scorso, ha lanciato un nuovo piano strategico. Action 2016 punta ad arginare la crisi, che tocca tutti i settori di attività del gruppo: le miniere di uranio, la produzione di combustibile, la fabbricazione di reattori e di componenti, perfino lo smaltimento dei residui, altro grande business. Oursel ha promesso da qui al 2015 risparmi pari a un miliardo di euro e cessioni di quote di società controllate per un totale di 1,2. Gli investimenti previsti entro il 2016 sono ormai stati ridotti di un terzo, a 7,7 miliardi. A breve le previsioni sono le seguenti: il 2011 dovrebbe essere archiviato con perdite operative di 1,5 miliardi e nette “molto superiori a un miliardo”, ha ammesso Oursel.

Polemiche e incertezze sui posti di lavoro. La preoccupazione maggiore riguarda il fronte dell’occupazione. Areva, controllata per l’87% dallo Stato, ha 48mila dipendenti a livello mondiale, 30mila dei quali in Francia. Dove gli operai e i tecnici di Areva sono praticamente i meglio retribuiti dell’industria (ma non i numerosi precari cui il gruppo fa ricorso). La polemica sui possibili tagli ai posti di lavoro è scoppiata oggi. I rappresentanti interni ad Areva della Cgt, il sindacato principale, hanno sostenuto che il gruppo bloccherà le nuove assunzioni. Come ribadito anche dal quotidiano La Tribune, si tratterebbe di un totale compreso fra i mille e i 1.200 posti di lavoro soppressi ogni anno (il numero previsto di coloro che andranno in pensione e non saranno sostituiti) per un totale fra i 5 e i 6mila entro il 2016. Stamani, però, Eric Besson, ministro dell’Industria, ha definito quelle cifre “pura fantasia”. Mentre i vertici di Areva hanno indicato che “non verranno sostituiti solo i dipendenti che andranno in pensione nelle attività non industriali”, come dire fra i 200 e i 250. La situazione, comunque, resta molto confusa.

Gli ostacoli del dopo Fukushima. Già nel settembre scorso Oursel aveva dovuto ammettere al quotidiano Les Echos: “La forte crescita prevista per il nucleare non ci sarà”. Dopo la tragedia giapponese la diffidenza nei confronti dell’atomo è lievitata ovunque. La Germania (dove Areva ha 5.700 dipendenti) ha già chiuso otto dei suoi 17 reattori: l’ultimo cesserà le sue attività nel 2022. Anche la Svizzera ha deciso di abbandonare il nucleare, al pari del Belgio, mentre l’Italia ha detto definitivamente no all’atomo con il referendum. Perfino il Giappone ha sospeso gran parte dei suoi reattori per ispezione (solo 9 sono attivi su 54). In Francia, addirittura, l’opinione pubblica comincia ad allarmarsi e il nucleare è diventato uno dei principali argomenti nel dibattito delle presidenziali della prossima primavera. Per Areva, il risultato di un contesto del genere è il seguente: puntava alla vendita di 34 reattori entro il 2020. Ma per il momento solo quattro contratti sono stati firmati. Sul nucleare tutti nicchiano, mentre la concorrenza aumenta: Areva e Edf (l’altro colosso francese, pubblico pure lui) devono affrontare rivali sempre più agguerriti, come la sudcoreana Kepco, la russa Rosatom e i due colossi nippo-americani Ge-Hitachi e Toshiba-Westinghouse.

Epr e UraMint, i problemi pregressi. A peggiorare la situazione di Areva, sono anche altre vicende. Una riguarda l’Epr, il reattore di terza generazione ideato dagli ingegneri del gruppo. Attualmente ce ne sono quattro in costruzione nel mondo. Il primo a essere stato iniziato è quello di Olkiluoto, in Finlandia. Ma i lavori, a causa anche di gravi errori tecnici e nella gestione del cantiere da parte dei francesi, sono fortemente in ritardo. Oursel ha appena annunciato di aver accantonato altri 150 milioni di euro, per un totale di 2,7 miliardi, per coprire le maggiori spese dovute ai ritardi dell’Epr finlandese. Che corrisponde a un contratto di tre miliardi: insomma, alla fine Areva non ci guadagnerà nulla. Anzi, probabilmente ci perderà molti soldi. L’altra (triste) vicenda riguarda l’acquisizione di UraMint, nel 2007. Questa promettente start-up canadese venne comprata per la bellezza di 1,8 miliardi. L’idea era mettere le mani sulle miniere di uranio possedute dalla società in Africa. Che, pero’, si sono rivelate perlopiù poco redditizie, tanto da essere oggi in parte inutilizzate. I vertici di Areva hanno già svalutato UraMint di 1,4 miliardi di euro. Nel 2007 la transazione venne effettuata in un paradiso fiscale. E proprio il Governo e l’entourage di Sarkzoy insistettero molto per sborsare quella cifra spropositata. Il perché no è per niente chiaro.

Il difficile rapporto con lo Stato azionista. Le commistioni tra la politica e la gestione di Areva rappresentano un ennesimo problema per il gruppo, al pari di altre partecipate pubbliche. Fino al giugno scorso la guerra tra Sarkozy e l’allora presidentessa tutta d’un pezzo, Anne Lauvergeon, sponsorizzata dalla sinistra, ha avuto riflessi negativi sulla gestione di Areva, portando a notevoli incertezze (ad esempio sull’aumento di capitale, poi varato l’anno scorso). In più, Edf, capitanata da Henri Proglio, fedelissimo di Sarkozy, non ha esitato a fare la guerra ad Areva, anche sui mercati esteri. Questo tipo di “manfrine” dovrebbe essere evitato con Oursel, che è ben voluto anche dall’Eliseo. Ma i vertici di Areva restano ostaggio della politica. E questo non è sempre un bene. Pure la confusione sui possibili tagli all’occupazione è dovuta in parte a questo. In agosto François Baroin, ministro dell’Economia, aveva chiesto ai dirigenti di Areva “di accelerare gli sforzi di ristrutturazione per aumentare la redditività”, che era un consiglio indiretto a tagliare posti di lavoro. Tre mesi più tardi lo stesso Baroin ha chiesto a Oursel l’impegno esplicito “a non licenziare nessuno”. I vertici di Areva non ci capiscono più nulla.

Luc Oursel
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