«Dobbiamo restare per forza qua dentro, altrimenti tutta la battaglia che abbiamo fatto rischia di andare in fumo»: con queste parole Sabina Guzzanti ha commentato il tentativo di sgombero del Cinema Palazzo a Roma, messo in atto lunedì mattina dalla polizia giudiziaria. In mezzo a una folla accorsa in pochi minuti, rispondendo al grido d’allarme apparso su Facebook e Twitter, Sabina mi ha spiegato cosa fosse successo esattamente. «Il giudice ha disposto il sequestro – ha detto mentre arrivava la notizia che i poliziotti avevano deciso di andare via -, che però non è un sequestro contro di noi, né a favore della società che ha affittato il Palazzo: ma per capire se abbiamo ragione noi».

Niente sigilli comunque, almeno per adesso, perché le forze dell’ordine hanno desistito per ragioni di ordine pubblico. Ma i dissidenti della Sala Arrigoni sanno bene che è una questione di tempo, perché prima o poi il problema si riproporrà. «Siamo in emergenza – mi dice Guido Farinelli, uno dei partecipanti all’azione di dissenso iniziata ad aprile – noi lavoriamo intanto per l’affidamento giudiziario».

Che qualcosa dovesse succedere era nell’aria da giorni, osserva Sara Palombo, che mi racconta di una programmazione speciale allestita nelle ultime settimane, proprio per far fronte all’imminente provvedimento giudiziario. «Questo cinema è vivo solo se ci siamo dentro noi» dice Sara e intanto scopriamo che ci sono manifestanti anche sul tetto. Pronti ad andare avanti con la loro intensa attività di «resistenza passiva e organizzata», come l’ha definita Sabina Guzzanti, gli occupanti chiedono che alla città e al quartiere non venga sottratto uno spazio culturale capace di quello che abbiamo visto in questi mesi.

Per difendere il teatro sulle cui tavole ha recitato Ettore Petrolini, sono scesi in campo Dario Fo e Franca Rame, Franca Valeri, Elio Germano, Valerio Mastandrea, Ulderico Pesce e tantissimi altri. Oggi è la volta di Ascanio Celestini, che torna nella Sala Arrigoni per una serata di musica e parole insieme con i parenti dei giovani arrestati e poi morti in circostanze poco chiare: da Aldovrandi a Cucchi.

E intanto, mentre l’ex Cinema Palazzo lotta per la cultura e il teatro come bene comune, cercando di riconquistare lo spazio con laboratori, incontri e dibattiti, Roma sembra essere al centro di una vera e propria febbre teatrale. In unʼaltra sala occupata, il cinema Volturno, stasera si riunisce la rete dei “teatri©attivi”, che ricorre allʼarte performativa come strumento di azione sociale.

Progetto in cui crede anche il Teatro Valle Occupato, che prosegue da giugno con un cartellone fitto di eventi di alto profilo. Si è appena chiuso, con l’azione teatrale Cul de sac, il laboratorio di Riccardo Caporossi, che è seguito ai corsi di Marco Baliani, agli incontri con Peter Stein, Dario Fo, Emma Dante, ai workshop di drammaturgia. Un impegno che nella stessa giornata di lunedì, per una divertente coincidenza, ha ottenuto un premio speciale alla cerimonia di consegna degli Ubu «per lʼesempio di vivere il teatro come bene comune».

E da qui credo sia il caso di partire, per ritornare a pensare la scena come un luogo di riflessione e confronto.

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