Per Roberto Cota, presidente della Regione Piemonte, i No Tav sono dei figli di papà. Una affermazione che, sicuramente a sua insaputa, si presta a diverse considerazioni.

La prima è che il movimento No Tav è composto da una maggioranza di giovani. Si dice tanto della crisi di valori che attanaglia il mondo giovanile, soprattutto se lo si confronta con chi era giovane negli anni Sessanta e Settanta.

È vero, i giovani sono in generale meno attivi, meno combattivi, ma io credo a ragion veduta (ho un figlio di 22 anni e facevo parte negli anni Settanta del cosiddetto “Movimento”) che un po’ essi siano figli dei tempi, in cui – a puro titolo d’esempio – non c’è più una destra e una sinistra, e un po’ sono anche figli nostri, cioè figli di persone che molte volte si sono esposte, hanno lottato per un mondo migliore, e adesso se ne ritrovano uno decisamente peggiore di prima. Figli di sconfitti, in buona sostanza.

Detto questo, i giovani di oggi sono più portati per battaglie concrete, non tanto per lottare per un futuribile e forse inarrivabile mondo migliore. Battaglie di cui possono vedere i risultati ed in cui possono essere protagonisti. Nell’era della visibilità. È forse anche questa una delle ragioni per cui essi non si iscrivono ad associazioni, ad esempio ambientaliste.

La battaglia No Tav è una di quelle, una battaglia in cui ritrovarsi. Una battaglia che non ha etichette, che non ha colori, ma che ha un preciso scopo, noto a tutti: fermare il treno inutile.

Questi giovani di cui parla Cota, sarebbero poi dei “figli di papà”, perché si potrebbero permettere di stare tre mesi in campeggio e di comprare costose maschere antigas. Si potrebbe eccepire che magari un giovane non starebbe tre mesi in campeggio se la nostra società gli desse la possibilità di esercitare un lavoro consono con le sue aspirazioni e con gli studi che ha fatto, e che non occorre certo essere ricchi per comprarsi una maschera antigas.

Ma, a parte ciò, la denigrante affermazione di Cota ricorda  singolarmente un’altra di ben diverso uomo politico, Tommaso Padoa Schioppa (un altro banchiere al governo, un po’ come oggi), che definiva i giovani dei “bamboccioni”. Degli zuzzurelloni, attaccati alla gonna della mamma, che mai si decidono a lasciare il tetto genitoriale. Anche lì, gli si poteva facilmente eccepire dove avrebbero potuto trovare secondo lui i soldi questi ragazzi per pagarsi un affitto o un mutuo.

Ma, mettendo sempre da parte i commenti, è carino rilevare come le due affermazioni “figli di papà” e “bamboccioni” che etichettano i giovani o una parte di giovani vengano da sponde opposte: Padoa Schioppa apparteneva al governo Prodi (centrosinistra), Cota è leghista. Sinistra e destra ancora una volta insieme, indistinguibili, anche nell’etichettare negativamente quei giovani che saranno il futuro.

Sarebbe davvero una gran bella cosa se questi denigrati giovani facessero fuori questa sinistra e questa destra.