La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre.”

Così il grande scrittore giapponese Yukio Mishima, nell’ imminenza di uccidersi. Un desiderio di eternità, prima di terminare in fretta quel che già fugge veloce.

Marguerite Yourcenar, nel saggio Mishima o la visione del vuoto, scriverà che infondo sono solo due i modi di sopportare la tensione inconciliabile fra il vuoto e libertà:  sentirsi liberi nella vita ignorando la morte, o liberarsi trovando nel buio l’assurdo coraggio del vivere.

La nostra società probabilmente ha scelto la prima strada,  ma nascondendo la morte ha nascosto un po’ anche la vita.

In questo silenzio, il suicida, come Mario MonicelliLucio Magri, è destinato a dettare scandalo.

Trovo volgare ogni commento sul perché del gesto.

Lontano da ogni verità che non sia strettamente la vita stessa, mi chiedo unicamente se abbia senso e come sia configurabile un diritto alla morte, in un’ ottica sociale e giuridica.

Sgombrando il campo dagli equivoci, si tratta di interrogarsi su un ipotesi ben distinta dai casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Il malato, cosciente e informato, può rifiutare le cure e rinunciare alle terapie. Il problema in quei casi si poneva di fronte alla tecnocrazia della macchina sul corpo e al problema del consenso del paziente.

Il suicidio assistito e la figura di confine dell’ eutanasia attiva,  invece, configurano la prospettiva di poter scegliere di uccidersi nella disperazione estrema, da una malattia terminale fino ai casi dei c.d. “tired of living” ovvero di coloro che decidono di morire perché, a farla breve, il tempo strappa, la solitudine consuma, la vita stanca.

*L’esempio più famoso a riguardo è probabilmente quello dell’ex deputato olandese Edward Brongersma, assistito nel suicidio dal suo medico pur in assenza di malattie psichiche o fisiche, sulla base di un incurabile male di vivere. Il medico prese atto del sussistere di due elementi: una profonda insostenibile sofferenza del paziente e il suo consenso.

Il caso in Olanda aprì un triplice dibattito: legislativo, giudiziario e d opinione.

In ultima istanza, il dottore fu considerato colpevole, sulla scorta di un argomento che pare rilevante: se non c’è una malattia, ma solo un male, il medico non ha competenza per decidere.

In Svizzera, dove si è recato Lucio Magri, l’assistenza al suicidio non è  considerata attività medica. Vi sono centri, come quelli legati alle associazioni ExitDignitas, dove si forniscono le sostanze letali al paziente. Nella stanza della clinica si resta soli e da soli si decide se assumere o meno la pillola, esercitando il proprio diritto alla morte.

Nel suo commento, Marco Travaglio ha ricordato che in Italia l’articolo 575 del Codice penale, punendo con la reclusione chiunque cagiona la morte di un uomo, si pone come ostacolo insormontabile al suicidio assistito. La vita è d’altronde il bene umano e giuridico più prezioso e protetto.

Ma la legge, si potrebbe obiettare, fissa ed esprime una scelta, non la produce.

Nemmeno sembra davvero risolutivo, a riguardo, parlare di deontologia medica.Vi sono attività che investono il corpo, eppure non sono cure, come le chirurgie con finalità schiettamente estetiche.

Un esperto di diritto e bioetica come il Prof. Stefano Canestrari, ricorda spesso nei suoi interventi come tecniche di suicidio assistito potrebbero produrre uninaccettabile meccanismo d induzione alla morte nella fasce deboli della popolazione come gli anziani.

Fra i tanti argomenti contrari all’ idea che una collettività possa autorizzare l’assistenza al suicidio, ve ne è uno poco considerato,  che però mi appare davvero essenziale: l’irriconducibilità della vita alla “bios”, cioè alla vita stessa.

Non è un gioco di parole. La vita semplicemente, supera ogni descrizione di se stessa, sia essa medica, fisiologica o psichica; ergo la vita, presa nel suo essere, si sottrae a un qualsivoglia giudizio.

Possiamo decidere sul nostro corpo,  curare o non curare la malattia,  ma siamo nudi di fronte la questione essenziale: la vita fa male.

Alla luce di questo, Albert Camus alla soglia dei trent’ anni, si domandava se l’ avventura vada compiuta lo stesso e gridava sul finire un profondo Si, eroico e disperato.

Insistere a vivere, altri hanno scelto e sceglieranno la strada diversa.Il risultato è in ogni caso privo di spiegazione. L’assurdità rimane.

Proprio sull’ assurdo della vita si gioca l’ assurdo del suicidio e la sua rilevanza sociale.

Nessuna regola scientifica o religiosa, giuridica o etica, potrà mai dire sulla volontà profonda del vivere e credo che il massimo rispetto della libertà sia nel silenzio di affrontarla con la propria storia, sopportando l’ impossibilità di una pacificazione.

Essere o non essere. La scelta del suicidio è un peso di cui soltanto l’ individuo e non la società può farsi carico, nemmeno a mio avviso, assistendo e aiutando chi manifesti la decisione di terminare l’avventura.

Questa opzione, implicherebbe una valutazione, ma questa valutazione non ha parametro e dunque è totalmente sottratta al giudizio. Sarebbe crudele per alcuni, tragica per altri, perfino dolce per altri ancora. Mancando la possibile verifica a posteriori – nel silenzio della morte – non sapremo mai se e per chi è stata giustizia, se abbiamo contribuito a uccidere, o a sollevare.

In definitiva, noi non possiamo dire nulla e morire è una condanna o una libertà che non ha bilancia e non ha pesi, non un diritto, cioè un valore implicito di misurazione.

Una regolamentazione del suicidio assistito, fuori dai casi di rifiuto delle cure e diassistenza palliativa al dolore, mi sembra sconfini i limiti del sociale, affrontando il tema del male di vivere e  commettendo l’errore più ottuso della nostra intelligenza: razionalizzare l’assurdo, rimuovere ancora la vita.

Sulla scelta del morire gravano la solitudine e l’ estremo, ma pur in una logica di comprensione e dignità, il riconoscimento di un diritto in tal senso si presterebbe a una tolleranza sociale drammaticamente fallibile, di cui continuo a preferire l’assenza.

*Si ringrazia la dott.ssa Ilaria Zavoli, autrice di una tesi in materia, per il gentile contributo