Ci sono dei segnali per capire che sta arrivando il Natale. I primi panettoni nei negozi, i primi addobbi per le strade (sempre meno), il libro di Bruno Vespa sugli scaffali, l’amico che ti chiede “cosa fai per Capodanno”. I primi raffreddori. Quindi il proliferare di film al cinema. Quest’anno c’è di nuovo Woody Allen. Meraviglia. Con lui di mezzo, ogni volta corro al cinema. Certo, non mi aspetto un capolavoro alla “Io e Annie”, ma quelle due o tre battute delle sue valgono sempre il biglietto. Fino a ieri sera. Ottanta minuti di spot. Un lungo, lunghissimo, interminabile spot su Parigi. Tutto qui. E neanche di particolare pregio, bensì una serie di luoghi comuni come una qualsiasi guida turistica: Tour Eiffel, Champs-Élysées, Orangerie, La Senna, ah la Senna, e poi ancora, e ancora. Senza dialogo, senza contesto, senza motivo, senza neanche i titoli iniziali. Solo immagini e musica. Finito qui? Macché. Dallo spot “paesaggistico”, ecco quello biecamente commerciale. In serie troviamo: una splendida sporta di Dior, lunghe inquadrature di champagne Moet (bottiglie del 2011, ma anche degli anni ’20, quando il protagonista torna indietro nel tempo), altre di Calvados. Borse di Hermès a pioggia. Fino a una imperdibile spiegazione “su qual è il più bel gioiello del mondo?” (testuali parole), ma uno “Chopard”, parbléu. Finito qui? Ma no. C’è un terzo livello, un mix tra l’indiretto e il diretto, tra il paesaggistico e il “logo”: Allen ti spiega come l’Hotel Bristol è un perfetto luogo di soggiorno, come da Maxim’s puoi ritrovare la giusta atmosfera parigina. Stessa solfa per Angelina.

Altri “loghi” li ho persi, li ho cancellati o semplicemente rimossi. Ho pensato ad Allen quando girava le pubblicità della Coop. Mi sono chiesto perché un artista di 76 anni (compiuti il 1° dicembre), con un popò di storia alle spalle, con (immagino) non particolari problemi economici, debba arrivare a tanto. Anche a costo di svilire tutto quello che ha precedentemente fatto. Ho pensato alle infinite “Piazze Italia” dipinte da Giorgio De Chirico, infinite, e tutti a dire “che bello, che artista!”. Alle decine di tele tagliate da Fontana, e quasi tutti a credere fosse ancora un “concetto spaziale”. Ho pensato alla produzione infinita di Simenon (il mio preferito). Agli album in serie di Bob Dylan. Ho pensato che forse sbaglio. Che forse Allen ha problemi economici ed è costretto a svendere per vivere. Quindi eccomi, qui: per il prossimo film sono pronto a pagare il biglietto del cinema un euro in più, basta non assistere a questo scempio.