Il cibo è cultura. E mangiare – anzi, il saper mangiare – è anche una forma di conoscenza. A questa sapienza gustativa è dedicato un libello, è proprio il caso di dirlo, “gustoso”, del filosofo francese Michel Onfray (I filosofi in cucina, Ponte alle grazie). L’ultimo tradotto da noi, ma all’origine della sua fama in patria.

Quando uscì, nel 1989, gli diede una certa notorietà. È lo stesso filosofo, con un qualche risentimento, a riferire la circostanza in un’intervista di tre anni fa e opportunamente inclusa nell’edizione italiana con il titolo Michel Onfray e la gastronomia: qui spiega che «per un po’ sono diventato il filosofo della gastronomia, una sinecura se fossi stato al gioco», e che il libro in fondo non era stato capito, perché «buffo, di facile lettura, divertente, ancorché informato, incontrava il successo del pubblico e mi procurava inviti alla televisione; i giornalisti poi, come fanno spesso, si sono limitati a leggere l’indice e la quarta di copertina, perciò si entusiasmavano per le salsicce e l’Anticristo, il polpo di Diogene… e altri aneddoti del genere, ma trascuravano il fatto che si trattava solo di esempi per una teoria nietzscheana del corpo come grande ragione».

Spiace dirlo, ma è esattamente così. Anche a leggere il libro, per intero e per bene, la teoria filosofica non decolla e non convince. Anzi. Ciò non significa che queste pagine non siano belle, ma lo sono proprio per quegli aneddoti “buffi” e “divertenti” che l’autore anni dopo quasi si rimprovera. Si rincuori, è la parte migliore, quella in cui disegna un itinerario dal nichilismo alimentare cinico alla rivoluzione culinaria futurista. Ovvero da Diogene, petomane, onanista e cannibale, a Marinetti, “gastrosofo sperimentale” che accoppia sapori inaccostabili, passando per il paranoico erbivoro Rousseau; l’ipocondriaco ma ad alto grado di etilismo Kant; Nietzsche e la purificazione dell’alimentazione prussiana con la cucina piemontese; Sartre, pensatore del vischioso, che però cucina le aragoste con la mescalina.

Del resto, a volte, sono gli aneddoti a dire più delle teorie filosofiche. E, secondo un vecchio adagio, i bravi filosofi si riconosco anche a tavola. Come quella volta che a Urbino, nel 1965, si organizzò un grande convegno hegeliano al quale partecipavano tutti i filosofi più noti dell’epoca. Gli organizzatori, i filosofi urbinati Livio Sichirollo e Pasquale Salvucci, fecero preparare una prelibata e ricercata cena a base di tartufo. Il tedesco Ernst Bloch, di fronte a tanto ben di dio, lamentò il fatto di essersi dimenticato di portare con sé le sue teutoniche salse. Allora Eric Weil, sporgendosi verso Livio Sichirollo, gli sussurrò all’orecchio: «L’ho sempre detto che non è un gran filosofo!».