Pochi giorni fa Sarah Palin ha ancora una volta dichiarato che non si candiderà alla presidenza degli Stati Uniti. A ridosso come siamo dell’apertura ufficiale della stagione delle primarie, i media americani hanno finalmente deposto lo scetticismo di pragmatica e le hanno creduto. La Palin non si candiderà, hanno scritto. In passato erano stati meno accondiscendenti, e a farne le spese erano stati i loro lettori.

A fine maggio, per esempio, avevo pubblicato un post, su questo blog, intitolato “Che fine ha fatto Sarah Palin?”. Il post sosteneva che la Palin non avrebbe corso per la presidenza degli Stati Uniti. Alcuni commenti al post mi avevano fatto notare che la Palin, al contrario, era in procinto di candidarsi. In realtà, la Palin non era in procinto di candidarsi, erano piuttosto i media che le attribuivano questa intenzione. Ai media americani piace giocare il ruolo di ‘enabler’. Lo stesso trattamento è stato poi riservato ad altri candidati, da Jeb Bush a Chris Christie, da Mitch Daniels a George Pataki. Tutti a dichiarare che non volevano candidarsi, tutti non creduti, almeno per un po’.

La Palin ha speso il suo capitale politico negli ultimi due anni a fare soldi, non a costruirsi una base politica. La decisione di lasciare il governatorato dell’Alaska ne è la prova più evidente. Anche quando si è presentata in occasioni pubbliche, anche davanti alle assemblee del Tea Party, ha sempre chiesto di essere pagata. Un atteggiamento che si confà ad uno speaker di professione, non ad un candidato alla ricerca di supporto e di voti. Quando si è impegnata nei suoi tour in autobus, è sempre stata attenta a combinare i luoghi delle sue visite ‘politiche’ con quelli in cui presentava i suoi libri. Più che una campagna elettorale, era un tour commerciale. Ingaggi come speaker, libri, e poi reality show.

Oggi la ricchezza della famiglia Palin, raccolta in un trust, è composta di immobili residenziali in Alaska, Arizona, e New England per un valore di svariati milioni di dollari. La premiata Palin Inc. ha fatto di tutto per spremere il marchio prima che questo appassisse. E, probabilmente, ha fatto molto bene. Il New York Times ha confinato l’ultimo annuncio della Palin, quello della definitiva rinuncia alla presidenza, a pagina 22.