Essere governati dai tecnici non offre la garanzia che i problemi tecnici siano compresi e risolti ma certo costituisce un buon inizio. Il nuovo guardasigilli, prof.ssa Paola Severino, è un esimio avvocato e docente universitario. Conosce appieno i problemi della (in)giustizia italiana e le falle dell’ordinamento giuridico.

Sul primo versante dovrebbe ben conoscere le criticità della professione forense, partecipando essa al complesso mosaico della giustizia. Mi permetto dunque, legittimato anche dal ruolo, di porre all’attenzione del guardasigilli alcune necessità. E come si sa, l’aforisma recita facis de necessitate virtutem, fai di necessità virtù.

A lei l’arduo – e quindi alto e ambizioso – compito di fare in poco tempo ciò che i suoi predecessori non hanno saputo fare: la riforma della giustizia, rigorosa, organica, definitiva. Come ben sa, senza una giustizia efficiente non v’è tutela dei diritti e l’economia va in cancrena. Perciò è una priorità.

Lei è una penalista e comprendo che voglia affrontare il problema disumano del sovraffollamento delle carceri. Report ci ha però spiegato che esistono molte carceri costruite ma mai collaudate o aperte. Le usi senza sperperare denaro pubblico e consumo di suolo. Le renda migliori. Respinga con fermezza ogni condono della pena, poiché ciò incrinerebbe il già flebile principio della certezza della pena. Fatto ciò è auspicabile un intervento organico della giustizia. Occorre porre mano contestualmente a magistratura, avvocatura, codice di rito e Ministero della giustizia.

Non abbiamo bisogno di procedere a suon di riforme tampone, sussultorie e mediocri come quelle che hanno caratterizzato questi anni, con il malcelato intento di non riformare alcunché. La giustizia è gravemente fallosa ma il legislatore ha preferito pagare milioni per indennizzare chi ha subito un ingiusto processo (nei tempi) piuttosto che investire eguali risorse nella riforma della giustizia. Mi sia permesso di chiedere l’intervento della Corte dei Conti al riguardo, ovvero, in subordine, un amministratore di sostegno (seppur tardivo) per cotali scellerati che ci hanno governato e legiferato.

Iniziamo con la riforma della magistratura: abbiamo bisogno di magistrati preparati, motivati e che avanzino solo per merito e non per correnti. E’ obbrobrioso il correntismo in magistratura, così come avere un Csm che tutela alcuni, esercitando il proprio ruolo più con una veste politica che squisitamente tecnica.

Dobbiamo avere magistrati che facciano solo i magistrati. E’ inconcepibile avere magistrati che rivestono doppi o finanche quintupli ruoli: magistrati, professori, scrittori, politici, arbitri. E’ insopportabile perché si può ingenerare, e spesso si ingenera, un conflitto di interessi; sottrae tempo ed energie alle funzioni di magistrato.

Occorre poi risolvere definitivamente il problema della magistratura onoraria, che supplisce strenuamente alle gravi carenze della magistratura togata, offrendo un sottoproletariato pagato malamente e offrendo scarse garanzie a riguardo della qualità.

Quanto alla riforma dell’avvocatura: essa ha consegnato oramai due anni fa un progetto di riforma dell’ordinamento forense. Lo si approvi velocemente, pur con le dovute correzioni. La modernità dell’avvocatura transita da essa. Come ben, sa la professione forense è già libera (al riguardo ne dia notizia a Catricalà e lo ricordi a Petruzzella). Se si vuole riformare l’impianto ordinistico (oggi certamente troppo corporativo e poco rigoroso nel vigilare sul rispetto del Codice deontologico) lo faccia ma senza minare l’indipendenza e il rilievo costituzionale dell’avvocatura. Ossia senza svenderci a Confindustria e alle fameliche banche. Perché non sarebbe venduta l’avvocatura, ma la tutela dei diritti fondamentali.

Quanto alla riforma del Ministero e degli uffici giudiziari: abbiamo bisogno di un Ministero snello ma efficiente che non sia il rifugio per magistrati imboscati. Per quanto concerne gli uffici giudiziari, bene il riordino e la chiusura dei piccoli tribunali, ma solo se inefficienti e improduttivi. I tribunali devono essere bene amministrati da chi sa amministrarli. Il personale amministrativo deve garantire tale efficienza e dunque occorrerà rivedere le piante organiche.

Occorre finalmente avviare ovunque il processo telematico, così da migliorare il servizio e abbattere i costi.

Quanto alla riforma del codice di rito: il codice di procedura civile pretende una riforma definitiva che salvaguardi tali principi: semplicità (due riti e non oltre); certezza (dalla notifica in poi con termini perentori per tutti); economicità (con l’uso intensivo del processo telematico).

A lei la parola, con i fatti.

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