Luci e ombre dell’informazione, della giustizia, della cultura e del territorio. Ma anche delle contestazioni in atto tra i giovani. Sono quelle passate in rassegna di fronte alle 500 persone radunate nell’auditorium Enzo Biagi della biblioteca Sala Borsa di Bologna (a un certo punto è stato bloccato l’ingresso perché si erano già superati i numeri che la sala può contenere) per la presentazione della redazione dell’Emilia Romagna di ilfattoquotidiano.it. Il direttore Peter Gomez, il responsabile dell’edizione regionale Emiliano Liuzzi, il magistrato Marco Imperato, il poeta e cantautore Lucio Dalla, lo scrittore Maurizio Maggiani e il fotoreporter Roberto Serra, moderati da una delle penne più brillanti del FattoSilvia Truzzi, hanno presentato ognuna di queste luci e ombre.

L’informazione: “Facciamo giornalismo e quando sbagliamo lo facciamo con la nostra testa”. Il valore delle storie semplici che rappresentano le classi dirigenti. È stata questa una delle chiavi che Peter Gomez ha usato per presentare ilfattoquotidiano.it e lo ha fatto raccontando di quel candidato emiliano alle amministrative che, in due piccoli comuni diversi, si era presentato in uno per il centro sinistra e nell’altro per il centro destra. “Ecco, gli emblemi della società in cui stiamo vivendo passano anche da vicende minime ma significative”.

Fatti, questi, che il giornale decide di raccontare senza risparmiare nessuno perché “non ha un vero padrone”, ha aggiunto Gomez. E ricostruisce la storia del Fatto passando dai numeri: l’idea iniziale, un capitale d’avvio di 600 mila euro e un annuncio su Internet che “ha portato 30 mila abbonamenti a scatola chiusa dandoci altri 3 milioni per partire. E se tiro fuori questi dati è perché per fare giornalismo di denuncia e d’inchiesta ci vuole denaro”. Denaro utilizzato per mettere in piedi una struttura agile che dalla carta è passata al web per “ripagare il debito con la rete che tanta fiducia ci ha dato”.

Ecco come nascono il quotidiano cartaceo e il sito, “uno prosecuzione dell’altro”, ha aggiunto Peter Gomez. “Ma in cui si sono voluto dividere i fatti dalle opinioni. Noi abbiamo come principio la Costituzione e convinzioni politiche radicate, ma il giornalismo e le idee – anche quelle che non condividiamo, ma che sono argomentate – devono avere e hanno due spazi separati. E vorremmo solo una cosa: che i lettori non pensassero mai che quando sbagliamo è perché qualcuno ce l’ha chiesto, un’azienda, un politico. Sono fiero di dire che quando sbagliamo lo facciamo con la nostra testa”.

Giustizia e verità: parlarne laddove il messaggio possa arrivare. Alla questione informazione si è allacciato l’intervento di Marco Imperato, pubblico ministero a Ferrara e blogger di ilfattoquotidiano.it. C’è bisogno che un magistrato dica ciò che pensa al di fuori degli ambiti a lui più usuali, le aule di giustizia? “Abbiamo i primi due poteri dello Stato, quello legislativo e quello esecutivo che sono inquinati. Non amano la magistratura e l’informazione libera, il terzo e il quarto potere, ed è prassi l’aggressione quotidiana contro ciò che non è spendibile in termini populistici. Per cui sì, si deve portare la propria testimonianza anche fuori dai tribunali, nei luoghi in cui può essere sentita”.

Sentita e scritta, l’informazione, ma anche cercata. Un’informazione, per il fotoreporter bolognese Roberto Serra, che deve essere molto vicina alla ricerca della verità e che non può essere rappresentata solo dalla fotografia. “Negli anni Settanta ero vicino a Lotta Continua, al Quotidiano dei Lavoratori e a Democrazia Proletaria. Poi è accaduto che nel 1980 sia ‘caduto’ sopra Ustica un aereo su cui c’era un mio amico. Un amico strano per chi veniva dall’extraparlamentarismo di quegli anni. Era un poliziotto, il fotografo della scientifica, ed è morto con altre 80 persone perché ci fu un’azione di guerra. Invece oggi, a tanti anni di distanza, se n’è appena andato un governo che voleva insabbiare quello che si sa quell’aereo. Questo è un territorio dove per fortuna si può ancora affermare le diversità, come hanno fatto Daria Bonfietti, presidente dei familiari delle vittime di Ustica, o il senatore Walter Vitali, che si è battuto per aprire l’armadio della vergogna che parla di stragi come quella nazista di Marzabotto”.

Territorio e cultura: terra di grandi passioni, ma con un dialogo da ripristinare. Lo scrittore Maurizio Maggiani, proprio del territorio e Romagna, fa un racconto scanzonato, ma non così diverso da un punto di vista concettuale da quello di Serra. “Ho scelto di stare in Romagna, nonostante sia nato nella valle della Magra (alluvionata), voti a Genova (alluvionata), e nella mia vita andassi a fare il bagno a i bagni a Monterosso (alluvionato). Vivere in Liguria è faticoso, vivere in Romagna è invece Disneyland. Lo so che però che c’è una differenza, che Disneyland è finto e che questa zona è vera. Qui c’è ancora la passione rivoltosa e insurrezionale che trovi ovunque, una passione avversa all’istituzione e che ama con l’istituzione che si autodefinisce nella comunità. Certo, l’Emilia ha i suoi guai, vi siete fatti commissariare una città dietro l’altra, come Bologna e Parma, dall’attuale ministro Anna Maria Cancellieri e da noi ho visto un grappolo d’uva di 15 metri, roba da record. Ma questa diversità, questa specificità deve essere preservata anche con il giornalismo d’inchiesta, quello che grattare come se si avesse la rogna e dunque fa bene”.

Il bisogno di riscatto per cultura, per Bologna e per l’Emilia Romagna in genere è stata poi la linea d’intervento di Lucio Dalla. “Questo è un territorio in qualche modo ancora creativo. Lo testimoniano presenze come quelle di Roberto Roversi e di tanti altri intellettuali che qui sono ancora radicati. Ma la tendenza è alla mediocrità perché Bologna è diventata la città del quasi tutto. Realtà ci sono, ma mancano contatti che la tirino fuori dalla sua dimensione e la rimettano in contatto con il mondo esterno, come accaduto con il riconoscimento dell’Unesco per la musica. Per questo le voci qui da noi devono moltiplicarsi”.

Cultura, ricerca dell’alternativa e dialogo sono state al centro infine di una voce fuori programma. È quella di una ventisettenne, Joel Malpasso, che ha preso la parola a nome del movimento di Santa Insolvenza, sgomberato nei giorni scorsi dal cinema Arcobaleno. Una testimonianza di chi manifesta in questi giorni e vorrebbe avere voce nel decidere il proprio e il futuro magari anche di altri. “Ci siamo sentiti chiamati in causa dalle parole di Lucio Dalla perché avevamo iniziato con l’occupazione che noi chiamiamo riapertura di un locale chiuso, tornato adesso a polvere e topi. Per due giorno lì si sono fatti cultura, cinema e socialità in modo gratuito e aperto a tutti. Che cosa vogliamo? Siamo persone con in comune una difficoltà e non chiediamo niente perché si presuppone che ci sia qualcuno in grado di rispondere. Ho 27 anni, vivo da anni con il mio ragazzo e ci si aspetterebbe che entro un paio d’anni faccia un figlio e accenda un mutuo per comprare una casa. Non me lo possono permettere e non se lo può permettere tanto persone come me. Vorremmo solo suggerire che con questo scenario economico non è in grado di andare avanti e trovare insieme ad altri un’alternativa”.

Giovanni Stinco e Antonella Beccaria