Vietato il dissenso in consiglio. E chi disubbidisce viene portato fuori a forza dalla polizia municipale. È successo nell’ultima riunione del consiglio comunale di Ferrara. Il tema all’ordine del giorno era l’esito del referendum di giugno. Da allora il comitato referendario locale sollecitava l’attenzione dell’assise su due ordini del giorno sulle tariffe del servizio idrico e sulla remunerazione del capitale investito.

In vista della discussione i referendari si sono presentati al gran completo. Pettorine blu e scritta sul petto: “13 giugno 2011, Sì io c’ero”. Nulla di sedizioso. Ma abbastanza per far sventolare al presidente del consiglio, Francesco Colaiacovo, del Pd, il regolamento del consiglio comunale. Articolo 71, comma 3: “il pubblico deve astenersi da ogni manifestazione di assenso o dissenso dalle opinioni espresse dai consiglieri o dalle decisioni adottate dal consiglio, anche mediante l’uso di cartelli, striscioni, manifesti e quant’altro possa turbare l’ordine della seduta”.

Niente da fare: o si rimuovono gli slogan o la riunione non può avere inizio. Peccato che quelle pettorine fossero delle magliette, degli indumenti, placidamente ammessi anche dalla normativa. E allora via alla soluzione salomonica: girare la pettorina in modo che non si leggano le scritte.

Tutti contenti. Tranne uno. Pardon, una: Marzia Marchi, pasionaria ambientalista, componente del direttivo nazionale di Legambiente. La pettorina è rimasta al suo posto, ma in compenso, su ordine di Colaiacovo, la Municipale l’ha portata di peso fuori del municipio. La scintilla ha acceso le micce di altre sette o otto referendari. Pettorina girata di nuovo e altra espulsione per il più recalcitrante di loro.

A questo punto i rimanenti rappresentanti del comitato si sono riuniti con la conferenza dei capigruppo, la quale ha deciso che gli ordini del giorno saranno discussi in una prossima seduta ad hoc. Nel frattempo però la protesta è proseguita all’esterno del palazzo, con la Marchi che, armata di megafono (e pettorina ovviamente), lamentava davanti a una capannello di gente sempre più folto come potesse essere possibile che “una cittadina venga portata via a forza dal consiglio comunale per aver esposto un foglio con cui rivendicava di aver votato sì ad un referendum”.

“Di fatto si è realizzata una forma di censura – ha gridato – nei confronti della testimonianza che la scritta recava circa la volontà popolare di 27 milioni di italiani,  rimasta lettera morta da ben cinque  mesi. Hanno fatto paura la presenza di quel ‘Sì io c’ero’ e la scritta ‘Acqua bene comune’ a una maggioranza consiliare (Pd, Idv, Sinistra Aperta, Laici Riformisti), che peraltro ha votato Sì al referendum”.