Capita davvero di rado. Leggere un libro, un’inchiesta-racconto, e provare quelle emozioni che di solito soltanto i grandi romanzi sanno regalarti. A leggere le pagine di Alessandro Leogrande si prova rabbia, empatia, voglia di giustizia. Soprattutto, desiderio di verità. Qui, in qualche modo, appagato dalla restituzione di una memoria che è ben altro, e ben più, di ciò che si può etichettare con il nome di “inchiesta”. Piuttosto: letteratura prestata alla realtà.

Partiamo dalla fine. Dai nomi delle persone. Da quell’elenco che compare nelle ultime pagine. Già, perché una sola pagina non bastava. Sono ottantuno righe, tante quante le vittime. Uomini, donne e bambini che hanno perso la vita nel Canale d’Otranto. Era il 28 marzo 1997, un venerdì santo, ed erano a bordo della piccola motovedetta albanese Kater i Rades.

Trentuno di loro avevano meno di sedici anni. Tutti si erano ammassati su quella carretta per lasciarsi dietro una guerra civile. Tutti trascinavano speranze e progetti plasmati dall’abbagliante illusione di una vita nuova, sognata grazie alle onde trasmesse dalla piccola scatola al centro di ogni loro casa. Promesse di felicità naufragate a una trentina di miglia dalla costa italiana. Perse in un urto con un’altra imbarcazione, la Sibilla, corvetta della Marina militare italiana. Com’è successo? Com’è potuto accadere che un’imbarcazione impiegata in un’operazione di “contenimento” degli espatri clandestini sia stata la causa di una tale tragedia? Di chi è la colpa? Queste sono le domande a cui dà risposta Il naufragio (appena pubblicato da Feltrinelli).

Leogrande ha una grande abilità nel ricostruire tutto ciò che può aiutare a comprendere cosa è accaduto. E lo fa nei minimi particolari: il contesto italiano della politica dei respingimenti; la grammatica dell’epoca, quella “retorica dell’odio buono” praticata da forze politiche che ancora oggi ricorrono al mercato della paura in cerca d’un consenso viscerale e di bassa lega; l’esecuzione di una politica di forza che, non appena messa in campo, si trasforma subito in una strage; le regole d’ingaggio, ovvero le pratiche che gli uomini della Sibilla e delle altre navi presenti nel Canale d’Otranto devono eseguire (operazioni di dissuasione che chiamano harassment o anche, quasi con linguaggio futurista, “azioni cinematiche di disturbo”); la grammatica delle comunicazioni di quel pomeriggio che, dalle trascrizioni degli ordini di comando, parlano della nave albanese come di un “bersaglio”.

Si tratta di un momento importante per la nostra storia recente perché, scrive giustamente l’autore, quel Venerdì Santo di morte costituisce un paradigma e uno spartiacque. Ma nel libro non c’è solo questo. Oltre a stabilire come siano andate le cose, oltre alle migliaia di carte processuali spulciate e raccontate, Leogrande restituisce la voce a chi non ne ha più: ha ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, è stato in Albania per capire e per raccontare la loro storia che è la nostra memoria. Consapevole del limite del suo lavoro, perché raccontare quel naufragio significa raccontare «la somma di tanti abissi individuali, privati, ognuno dei quali è incommensurabile, intraducibile, mai pienamente narrabile». Eppure a lui è riuscito.