“L’Italia potrebbe sostenere di più la Corte anche dal punto di vista economico. Un sostegno senza risorse non è un effettivo sostegno”. Adirlo è Silvana Arbia, “registrar” (capo generale della cancelleria, ndr) del Tribunale penale internazionale dell’Aja. L’occasione è un incontro organizzato dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia per avvicinare il mondo dell’informazione alla Corte, competente per crimini contro l’umanità e genocidi.

Un organismo permanente e indipendente (non è organo dell’Onu, anche se lavora a stretto collegamento con il Consiglio di Sicurezza) che, spiega Arbia, “ha dimostrato in questi anni di funzionare e fare bene”. Eppure ad alcuni dei 120 Paesi che hanno sottoscritto il Trattato istitutivo della Corte, firmato a Roma il 17 luglio del 1998 ed entrato in vigore nel 2002, sembra non interessare. Specie quando si tratta di contribuire in concreto, destinando una voce di bilancio al finanziamento della Tribunale. “Il nostro budget deve essere adeguato, molti Stati invece sono intenzionati a mantenere quello attuale anche per il prossimo anno, nonostante il volume delle attività sia aumentato molto”, sottolinea il giudice Arbia. La conseguenza è che certi meccanismi di funzionamento potrebbero incepparsi. Non solo tagli agli stipendi dei seicento componenti dello staff di “The Hague”, il palazzo nella cittadina di Vooburg, a pochi chilometri dall’Aja, dove ha sede la Corte. Il rischio è che restino senza rappresentanza legale moltissime vittime di crimini contro l’umanità. Che spesso sono indigenti, e alle quali il Tribunale ha finora pagato gli avvocati.

(video di Franz Baraggino)

“Basta tagliare le risorse, e queste vittime che fine fanno?”, domanda la Cancelliera, senza nascondere che tra i Paesi riluttanti alla generosità c’è anche il nostro. Che la Corte penale internazionale non sia una priorità per i politici italiani lo dimostra la stagnazione dell’iter legislativo: le norme attuative dello statuto fondativo del Tribunale, approvate alla Camera, si sono arenate in Senato. “Purtroppo questo non è un caso isolato in tema di giustizia internazionale. E non riguarda solo l’ultima legislatura, c’è stata una latitanza anche dei precedenti governi ”, ammette il senatore Pd Felice Casson, tra i relatori dell’incontro.

Non è solo una questione formale. “La Corte è uno strumento per evitare la vendetta e l’oblio”, dichiara la vicepresidente del Senato Emma Bonino, presente all’appuntamento “in differita” attraverso una videointervista registrata. L’esempio più recente è la Libia: seguire fino in fondo la via del Tribunale dell’Aja (che aveva emesso nei confronti del rais un mandato di cattura, su richiesta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) avrebbe evitato l’uccisione di Gheddafi e consentito di ricostruire una verità storica dei fatti. Invece, fa capire il giudice Arbia, niente imputato vuol dire niente processo e dunque niente verità.

E ora, tra i ricorsi pendenti davanti ai giudici dell’Aja, c’è n’è uno nei confronti di papa Benedetto XVI e di alcuni alti prelati, sollevato a metà settembre da due associazioni dei familiari delle vittime di pedofili. Ma è difficile che si arrivi ad una sentenza: “Perché la Corte dell’Aja sia competente è necessario che i crimini siano stati commessi in un contesto di attacco generalizzato e sistematico contro i civili”, precisa la cancelliera Arbia.