SILVIO A PEZZI, LA SINISTRA PURE.

Quello che arriva alle elezioni del 2006 è un Silvio a pezzi. Le regionali del 2005 sono state un disastro, 14 a due per il centrosinistra, resistono solo Lombardia e Veneto. I sondaggi danno il centrodestra irrimediabilmente sotto, la Casa delle Libertà si sfalda, con Casini e Fini seriamente intenzionati ad andare per conto loro. Magari saltando un giro dalle poltrone del potere, ma con il vantaggio di sbarazzarsi per sempre dell’ingombrante leader e giocare in proprio le partite successive. E il centrosinistra, per l’occasione battezzato “L’Unione”, candida alla presidenza del consiglio Romano Prodi, autentica bestia nera del Cavaliere. In questo contesto matura un rapido cambiamento della legge elettorale nel tentativo di limitare i danni: il ministro Roberto Calderoli battezza l’attuale Porcellum.

Invece, ancora una volta, le cose vanno diversamente: la resurrezione è dietro l’angolo. Berlusconi dà il via a una campagna elettorale urlata come non mai, nel tentativo di afferrare per la pancia il suo elettorato deluso e gli ‘indecisi’ meno politicizzati. Arriva a definire ‘coglioni’ gli elettori avversi, rigioca la carta dell’anticomunismo viscerale provocando un incidente diplomatico con la Cina, dove secondo lui in epoca maoista si “bollivano i bambini per concimare i campi”. Alla fine la sconfitta arriva, ma per un pugno di voti. Il governo Prodi non ha una solida maggioranza al Senato – e dall’opposizione Berlusconi scatena una violenta campagna contro i senatori a vita che lo appoggiano, anche se nel 1994 ne aveva beneficiato lui stesso – e vivacchia meno di due anni. Intanto Berlusconi si inventa il Popolo delle libertà, cioè la fusione di Forza Italia e An, in un discorso detto “del predellino”, perché pronunciato dal bordo dell’abitacolo di un’auto in piazza San Babila a Milano. Nel 2008 si torna a votare e Berlusconi rivince, battendo questa volta Walter Veltroni, che aveva lasciato in anticipo la poltrona di sindaco di Roma (e il centrosinistra perderà pure quella, in favore di Gianni Alemanno).

Ma per Berluisconi è l’inizio della fine. Troppo strappi, e una storia personale sempre più impresentabile. Gli alleati storici si defilano. Lo molla Casini, che ormai parla come un girotondino della prima ora, rinfacciandogli il conflitto d’interessi, i guai giudiziari, il fatto di governare pensando solo agli affari propri e di essere un bugiardo. Lo molla Fini, cofondatore del Pdl che ora si fa un partito tutto suo, Futuro e libertà per l’Italia, e da presidente della Camera (lo sdoganamento ha funzionato) martella l’ex alleato con le stesse motivazioni. Resta solo Umberto Bossi, che sette anni dopo il grave ictus che l’ha colpito si esprime per lo più a monosillabi e gestacci. Ma anche la Lega è attraversata dai “mal di pancia”, tra lotte di successione e la base che vorrebbe rompere l’alleanza diventata zavorra. Solo un’ampia servitù politico-mediatica, sempre pronta a negare l’evidenza dei fatti e a immolarsi nei talk show, permette al sistema Berlusconi oltre limiti che in altri paesi non potrebbero essere superati.

LACRIME, SANGUE E “CENE ELEGANTI”.

Il tramonto del Cavaliere, l’uomo che ha segnato quasi vent’anni di politica italiana, si tinge di grottesco con il “caso Ruby” e la vicenda “escort”. Nell’estate del 2009 si scopre che il presidente del consiglio di una moderna democrazia occidentale ha l’abitudine di radunare nelle sue residenze decine di ragazze giovanissime – spesso pescate nell’ambiente televisivo – per farle esibire in giochini erotici, scegliendo di volta in volta quelle (al plurale) da far restare per la notte. Le ragazze sono ricompensate con denaro, gioielli, automobili, appartamenti, ma anche incarichi pubblici. Una di queste, Karima el Mahroug detta Ruby Rubacuori, ha frequentato quei festini (“cene eleganti” nella vulgata berlusconiana) da minorenne. E una notte che Ruby era finita in questura a Milano, il premier aveva telefonato al funzionario di turno intimandogli di lasciarla libera, in quanto la ragazzina era niente meno che “la nipote di Mubarak”, l’allora presidente egiziano. E così al lungo curriculum giudiziario del Cavaliere si aggiungono accuse sconcertanti e infamanti per chiunque e a maggior ragione per un leader politico, compreso lo sfruttamento della prostitituzione minorile. Il disonore finale è una citazione nel rapporto annuale del dipartimento di Stato americano sul traffico di esseri umani, non nelle veste di politico impeganto sul tema, ma di imputato in un caso di sfruttamento sessuale.

Così finisce l’era berlusconiana. La crisi globale spazza via qualsiasi sogno di miracolo economico, per far posto a una serie di manovre economiche “lacrime e sangue”, dopo le quali il Cavaliere è costretto ad ammettere a denti stretti di aver “messo le mani nelle tasche degli italiani”. Altro che meno tasse per tutti. L’Italia finisce sotto la tutela dei partner europei, molto preoccupati, anche per la tenuta della moneta comune, l’euro. Tra “fronde” e “malpancisti”, Berlusconi perde i pezzi – compresi personaggi a loro modo simbolici, come l’ex soubrette Gabriella Carlucci passata all’Udc – e li sostituisce con soggetti che hanno più fortuna nelle rubriche satiriche che in quelle politiche. Un nome per tutti, Domenico Scilipoti. Fino all’atto finale.

Dopo quasi vent’anni di Berlusconi e di berlusconismo, resta un generale retrogusto di tempo perso. Il Cavaliere dei miracoli non sarà ricordato né per le tasse abbassate né per aver reso questo paese più ricco, ma per la massima rimasta impressa nelle intercettazioni telefoniche del caso escort: “La patonza deve girare”.