Luciano Moggi, ex direttore generale della Juventus

“La sentenza era già scritta. Ora devo continuare a combattere, siamo solo al primo round. Ci sono delle stranezze. Sicuramente andremo all’appello sperando in una giustizia vera. Altrimenti dobbiamo sperare in una giustizia divina”. Ai microfoni di Sky, Luciano Moggi, ex re e condottiero di un calcio che macinava trionfi in casa Juventus, cerca il conforto del cielo per cambiare le sorti di una sentenza che ha confermato chiaramente le sue responsabilità nel processo che ha cambiato la storia del pallone italiano.

La presidente della commissione giudicante, Teresa Casoria, ha seguito quasi integralmente la tesi dell’accusa. Moggi era a capo di una cupola che manovrava a piacere i destini di diverse squadre di serie A, condizionando risultati e traguardi più o meno prestigiosi. Poco importa se non fosse l’unico a rimestare nel torbido, che le telefonate poco opportune sono state tante come tanti sono i dirigenti che hanno usato la cornetta in modi non proprio eleganti. Lui c’era e le ha combinate più grosse degli altri, potrebbe essere questa la sintesi pret-à-porter di cinque anni di dibattimento in aula. Lo si capisce dalle condanne che sono state distribuite dal tribunale di Napoli. Moggi torna a casa con 5 anni e quattro mesi sul groppone. Quelli che avrebbero fatto ‘affari’ con lui se la sono cavata con molto meno. Già, ma lui, Moggi, era il capo. Gli altri erano semplicemente degli esecutori più o meno consapevoli di un sistema che produceva fango come se piovesse.

Anche la Juventus si è tirata fuori dai giochi. L’ha fatto con un comunicato che è stato pubblicato sul sito web della società poco dopo la lettura delle decisioni dei giudici di Napoli. “La sentenza afferma la totale estraneità ai fatti contestati di Juventus”, dicono le poche righe che arrivano da Torino. E che sanciscono, ancora una volta, la completa e totale distanza che i vertici della Juve hanno voluto prendere nei confronti del loro ex direttore generale, che quando lavorava alle loro dipendenze aveva contribuito in modo tutt’altro che trascurabile a riempire di allori la bacheca di casa (7 scudetti, compresi i due revocati, 1 Coppa Italia, 4 Supercoppe italiane, 1 Champions League, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Supercoppa europea). Moggi, che già sapeva da tempo di non godere più di alcuna considerazione da parte della dirigenza bianconera, non l’ha presa benissimo. “Sembra quasi che abbia giocato io da solo e non era così assolutamente”, ha fatto sapere a Sky. Come dire: possibile che non vi ricordiate di me? Sono quello che ha fatto le vostre fortune per 12 anni…

Con Moggi, che a meno di improbabili colpi di coda non avrà più niente a che fare con il mondo del calcio, per lo meno giocato, ci sono un paio o, meglio, tre Vip del pallone di casa nostra, che da oggi in poi avranno qualche problema a ridefinire il loro quotidiano. Stiamo parlando di Claudio Lotito, presidente della Lazio, di Andrea Della Valle, presidente onorario della Fiorentina e di Sandro Mencucci, amministratore delegato della squadra viola. La sentenza ha decretato per loro 1 anno e 3 mesi di condanna. Ma il guaio è più grande di quello che sembra. Perché secondo le norme interne della Federcalcio vanno messi immediatamente alla porta tutti i tesserati che subiscono una condanna, anche se la sentenza non è ancora definitiva. Per intenderci, Sandro Mencucci dovrà fare i bagagli e lasciare la scrivania di ad a Firenze. E Lotito, che oltre ad essere il boss della Lazio, è o era consigliere federale, dovrà lasciare entrambe le cariche. In attesa, magari, di un ricorso al Tar regionale, perché conoscendo la verve da combattente del presidente biancoceleste è probabile che la cosa non finisca qui.

L’ultimo affondo, la firma che mette la parola fine (almeno per il momento) ad un periodo tra i più travagliati del calcio italiano è di Giandomenico Lepore, il procuratore capo di Napoli, che ha spiegato a Radio Radio le ragioni del suo lavoro: “Quando arrivavano critiche chiedevo sempre ai miei collaboratori: mi dicevano che le intercettazioni legate all’Inter non avevano alcun significato di carattere penale e non potevano essere prese in considerazione”. Ecco la risposta, una delle tante, a chi si chiedeva perché Moggi sì e altri no.