Lunedì mattina 31 ottobre, verso le sette, circa sette furgoni blindati della celere hanno circondato il deposito Atac in disuso di via Alessandro Severo, nel quartiere di San Paolo, procedendo poi all’identificazione e allo sgombero violento dei venti nuclei familiari che lo avevano occupato alcuni mesi fa. Pare evidente come l’ordine di sgombero sia partito dal sindaco Alemanno, che non pare destinato a un grande futuro, data la sua crescente impopolarità presso la popolazione romana.

La richiesta di far intervenire le forze dell’ordine per ottenere in modo violento lo sgombero rivela indubbiamente la forma mentis profondamente autoritaria di Alemanno, il cui background ideologico di schietta indole fascista è fuori discussione ed emerge in vario modo, ad esempio con il suo accanimento a riproporre l’anticostituzionale divieto di manifestare. Ancora una volta si conferma inoltre la natura complementare fra fascismo e neoliberalismo. Infatti l’attuale giunta del Comune di Roma intende procedere alla privatizzazione degli spazi e beni pubblici, seguendo in ciò una precisa direttiva proveniente dal governo nazionale e, ancora più a monte, dalla Banca centrale europea.

E’ davvero sconfortante la mancanza di fantasia e di creatività di chi governa oggi questa città, questo Paese e questo continente,  che applica in modo meccanico ricette obsolete: vendere tutto il possibile ed estrarre plusvalore dai lavoratori ridotti al lumicino per ricavare il denaro necessario ad acquietare i “mercati”, e cioè la speculazione finanziaria che costituisce oggi, a livello mondiale, il soggetto realmente dominante. Bisogni umani essenziali vengono repressi per alimentare il circolo vizioso della produzione di denaro a mezzo di denaro, determinando l’aggravamento della crisi in una spirale senza uscita e con costi umani e sociali di ordine notevole e crescente.

A fronte dello squallore intellettuale e morale degli esecutori del progetto finanzcapitalistico sta la forte determinazione dei movimenti a ribadire la vocazione pubblica degli spazi esistenti.

L’occupazione dell’ex deposito Atac di via Alessandro Severo costituisce da questo punto di vista un’esperienza esemplare. Il relativo progetto contempla infatti la destinazione di parte degli spazi a soddisfare la domanda abitativa dei ceti più deboli della nostra città, costretti altrimenti a un’esistenza fatta di disagi ed emarginazione. Ma anche la messa a disposizione della collettività di spazi da adibire a fruizione collettiva, come biblioteche, teatri, mense e luoghi di ritrovo, per riscoprire, nell’esercizio della solidarietà e della comunicazione paritaria, quell’identità collettiva che la megamacchina alienante del Finanzcapitalismo vuole cancellare per scomporre il popolo in tante piccole e impotenti individualità sofferenti in guerra l’una con l’altra.

Di esperienze di questo tipo ne esistono oggi varie, a Roma e in tutto il Paese. Basti citare quella del Teatro Valle e quella del cinema Palazzo, spazio quest’ultimo sottratto alla speculazione da parte di chi avrebbe voluto aprirvi una sala Bingo. Orizzonte culturale ultimo di questi squallidi ceti parassitari è in effetti il gioco d’azzardo. Dal casinò globale denunciato da Susan Strange al piccolo casinò all’angolo di casa come unico spazio ricreativo e culturale previsto.

O ancora, la lotta di numerosi comitati di cittadini romani contro il Piano urbano parcheggi. Anche qui si colgono pericolosi segnali di intenti prevaricatori e autoritari, come la recente decisione della ditta Cam di avvalersi di guardie private armate per portare a termine il proprio nefasto intento di abbattimento dei platani di via Enrico Fermi.

Posta in gioco di queste lotte è l’esistenza della città in quanto tale, tessuto di rapporti umani positivi, che le forze disintegratrici del Finanzcapitalismo e i loro scherani vorrebbero ridurre a un cimitero alienato, in preda alla criminalità più o meno organizzata, ambientalmente insano, popolato da zombies condannati al mero consumo, senza peraltro avere neanche i soldi per consumare. Si tratta quindi di una battaglia di civiltà. Di questo occorre essere consapevoli fino in fondo.