Roberto Maroni rinuncia alla battaglia per la successione. Almeno adesso. Cada il governo Berlusconi, che si trascinerà dietro Umberto Bossi, poi avanzerà con naturalezza lui, il ministro dell’Interno che oggi a Venezia, come mesi fa a Pontida, è invocato dai militanti come presidente del Consiglio. Il suo discorso dal palco è istituzionale, rivendica i risultati ottenuti dal suo ministero, e pacifico, negando qualsiasi contrasto con Calderoli. La guerra interna è dunque vinta. Ora c’è da aspettare un incidente parlamentare, un pretesto che possa far scivolare Berlusconi e il suo governo. Sarà poi Bossi a lasciare la guida del partito. Del resto il leader è stanco, ripetitivo, senza più argomenti. Quando sale sul palco, davanti a una piazza molto più vuota degli ultimi anni, cerca un’idea nuova. Si trova acclamato suo malgrado dallo slogan “secessione”, ripetuti dai militanti. E lui butta li: “Serve una via democratica, magari quella del referendum“. E poi ritrova vecchi slogan: “Alla fine ci sarà la lotta di liberazione per la libertà'”. In tutto questo, Maroni si è letteralmente nascosto, per timore di essere acclamato. Ed è sparito quando dalla piazza, mentre Bossi parlava, si sentiva il grido “Maroni insieme, Maroni insieme”. Lui s’è sfilato. E non s’è neanche fatto vedere alla cerimonia delle ampolle.

Prima degli interventi dei leader del Carroccio, però, la giornata leghista era iniziata all’insegna di un grande spiegamento di forze dell’ordine, specie alla luce degli incidenti di ieri. Da piazza San Marco a Riva degli Schiavoni ci sono cinque ponti da attraversare. Settecento metri attraversati da un fiume verde e presieduti da centinaia tra poliziotti, carabinieri, uomini delle Fiamme gialle. Venezia stamani si è svegliata assediata dalla Lega. E dalle forze dell’ordine. Gli scontri di ieri hanno costretto le autorità a rafforzare i controlli. Non c’è angolo, ponte, via d’acqua che non abbia almeno sei agenti e un gommone pronti a intervenire. Ma davanti al palco, dove alle tredici circa interverrà Umberto Bossi, ci sono poche decine di persone. Assenti anche i vertici del Carroccio. C’è Marco Reguzzoni, che si protegge dal sole sotto un gazebo, e Roberto Cota. Il presidente della Regione Piemonte apre gli interventi dal palco. Pochi minuti.

“Siamo stufi di andare a Roma con il cappello in mano” e “viva Bossi“. Poi il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha salutato “i dodici agenti feriti negli scontri di ieri, che erano qui a fare il loro dovere” ha detto, conquistando un applauso tiepido. “Noi siamo civili nelle nostre manifestazioni, questa è la civiltà”. Sotto il palco, tra i militanti, Mario Borghezio in camicia verde d’ordinanza, stringe mani e saluta, accolto come un amico. Ma il partito lo ha sostanzialmente epurato: è senza tessera e la Padania, il quotidiano sempre pronto ad ospitare il Borghezio pensiero e farne bandiera, gli ha messo il silenziatore. E non è più l’oratore che apre i comizi per scaldare la piazza. E qui a Venezia si vede. Ci prova Rosy Mauro. “Se non fosse stato per la Lega saremo già Africa”, dice. “Senza di noi la finanziaria avrebbe colpito tutti”.

Ci riesce Calderoli a svegliare gli animi. Ma per una lotta interna al partito. Quando il ministro per la semplificazione si scaglia contro i “tanti criticoni” della Lega, i sindaci (da Fontana a Tosi), a cui ricorda: “senza Bossi noi non esisteremmo”. “Polvere siete e polvere tornerete”, dice. “Quando la gente va a votare mette la croce sullo spadone di don Giussano, mica sullo spadino di quattro pirla”. E sull’ipotesi di alleanza con l’Udc qualora dovesse cadere Berlusconi, il ministro per la Semplificazione è categorico: “No agli inciuci”. L’applauso c’è stato. Ma quando sul palco è stato annunciato Roberto Maroni è partita un’ovazione. Con coro “presidente, presidente” rivolto al ministro degli Interni. Adotta un profilo basso, governativo. Niente camicia verde, giacca blu e cravatta. “Vorrei ricordare i risultati alla lotta alla mafia e all’immigrazione”, dice. Nulla rispetto agli slogan gridati di Mauro e Calderoli, eppure incassa applausi e cori. Gli basta un “sinistra cialtrona” per far scatenare la piazza. “Stare a Roma per me non è facile, sono più le grane che le soddisfazione”, dice. “Le spranghe, i nostri circoli aggrediti. I No tav che tirano massi in testa ai poliziotti: è tentato omicidio, cari magistrati”. Ed ecco il politico padano. E azzera i contrasti con Calderoli: “Voglio ringraziare Calderoli, quelle dei giornali sono tutte balle, noi lavoriamo”. Calderoli lo abbraccia, anche se due minuti prima si era scagliato proprio contro i “coltelli padani”. La guerra alla successione da qui, come da Pontida tre mesi fa, ha evidentemente un vincitore ormai condiviso da tutti: Roberto Maroni.

“Non ne possiamo più di case fantasma comprate da chissà chi a sua insaputa, non ne possiamo più di leggere le intercettazioni: non siamo andati a Roma per questo” ha detto il ministro degli Interni, con i militanti che rispondono con slogan: “secessione, secessione” e, di nuovo, “presidente, presidente”. Maroni infiamma. Intravede dal palco i manifesti con il suo volto accanto alla scritta “le rivoluzioni le fanno gli uomini normali”. Per quanto riguarda la durata del governo, Maroni non ha dubbi: “Andrà avanti, anche se è difficile, e comunque finchè lo dirà Bossi“.

Il senatùr sale sul palco alle 12.40 e, come sempre, scatena la “pancia” dei militanti. E rilancia la secessione, “anche con il referendum magari”, perchè, dice, bisogna trovare la via. “Come si fa a stare in un paese che sta perdendo la democrazia, il fascismo è ritornato, con altri nomi e altre facce – ha detto il leader del Carroccio – : addirittura hanno aggredito i corritori padani (facendo riferimento alle contestazioni al Giro della Padania, ndr). Sono dei vigliacchi, ma vincono i popoli non gli eserciti: vincono i popoli alla fine. Bisognerà trovare la via democratica, forse quella referendaria, perche un popolo che finora è stato costretto a mantenere l’Italia, così non si puo andare avanti. Se l’Italia va giu la Padania viene su. Bisogna solo trovare la via, io sono per la via democratica. E’ evidente che la gente ne ha piene le scatole, non puo più mandare a Roma un sacco di soldi. Non ne abbiamo più neanche per noi. Bisogna trovare la via d’uscita”. E se la prende con i giornalisti, in particolare con l’articolo che Panorama ha dedicato alla moglie Manuela Marrone. “Iago della carta stampata, attaccano la mia famiglia”. I giornali, la carta stampata: “fanno tutti gli amici, ma sono tutti contro la lega. I giornalisti iago, le cose cambieranno. La gente perde la pazienza“.

di Davide Vecchi, video di Alessandro Madron