La discussione sulla manovra continua a erodere il consenso del centrodestra. Sembra che Berlusconi abbia consumato 17 anni di successo in pochi mesi. Le tabelle del sondaggio Demos restituiscono dati netti e assai interessanti. Analizziamoli nel dettaglio.

Stime elettorali

L’estate della crisi finanziaria ha fatto perdere un punto a testa a Pdl e Lega. Le due gambe del Governo sono oramai percepite come corresponsabili delle vicende economiche e politiche di questo Paese. Se la rivoluzione liberale e la lotta a Roma padrona sono oramai un vago ricordo, è altrettanto vero che il tracollo è stato meno disastroso di ciò che la fibrillazione dell’opinione pubblica lascerebbe intendere. Colpisce, inoltre, il trasferimento dei voti in uscita: non vanno né al Pd né a Sel, che perdono rispettivamente due e tre decimi, ma all’Udc (+0.7%) e soprattutto all’Italia dei Valori (+1.4%).

Bisogna ricordare, per completezza di analisi, che Demos ha sempre stimato il consenso di Idv su valori più alti rispetto alla media, mentre ha sempre valutato Sel su livelli più bassi. Per questa ragione è più interessante analizzare i flussi di trend più del dato assoluto.

Il Terzo Polo si mantiene costante, attorno al 10%. I dati di voto per le coalizioni si mantengono piuttosto stabili rispetto a giugno, ma la forchetta si allarga in modo sensibile: basta infatti un punto in più al centrosinistra e due punti in meno al centrodestra per far salire la distanza a ben 9 punti.

Giudizi su Governo e opposizione

Questa tabella è impressionante: la fiducia nel Governo scende di 4 punti (al 22.1%), l’opposizione scende di 6 (al 19.7%). La somma della fiducia in maggioranza e opposizione raggiunge dunque il 41.8%. Se la maggioranza fa male, l’opposizione fa peggio. Il voto al centrosinistra appare dunque inerziale: si vota l’alternativa perché non si può fare diversamente e non perché c’è un’adesione reale al progetto politico. L’antipolitica è largamente maggioritaria nel nostro Paese e una proposta davvero nuova potrebbe ottenere consensi larghissimi, addirittura su livelli di maggioranza relativa, in tempi brevi. È un segnale per chi intende scendere in campo, o salire in politica, in vista delle prossime politiche.

Gradimento dei leader

Di Pietro è il grande vincitore della battaglia politica di questi mesi. È il leader politico con la maggior fiducia (un 39% che comunque non può essere considerato un dato entusiasmante) ed è l’unico con un trend di crescita evidente, avendo guadagnato 6 punti in 7 mesi e avendo resistito alla bufera estiva. L’Idv, partito carismatico (se non personale), ne trae automatico vantaggio elettorale anche in questo caso più per demeriti altrui che per meriti propri. Vendola è al secondo posto ma perde quasi 10 punti di fiducia da febbraio. L’assenza del leader di Sel dalla scena mediatica di questi mesi non lo ha aiutato, ma non basta a spiegare questo dato: l’elettorato interessato alla proposta politica di Sel chiede evidentemente più politica, più idee per contrastare la crisi, forse anche un maggior peso del partito. Bersani non se la passa molto meglio: ha perso quasi 5 punti dopo la salita di giugno. Tremonti perde 17 punti in tre mesi: un tracollo come raramente in Italia è stato possibile vedere, ancora più grave alla luce della relativa stabilità del consenso del Pdl e della coalizione di centrodestra nel Paese. In sostanza, Di Pietro a parte, perdono tutti. L’offerta politica attuale è dunque largamente insoddisfacente e nessuno degli attori oggi in campo, da Grillo a Fini, da Casini a Bossi, sa rispondere ai desiderata degli elettori.

Prediction market – chi vince?

Il centrosinistra non può cullarsi sugli allori. Lo dimostra la risposta degli intervistati alla domanda “chi vincerà le prossime elezioni?”. Meno cinque punti al centrosinistra, meno cinque al centrodestra, la distanza resta sempre di venti punti. Cresce il potenziale del Terzo Polo, soprattutto alla luce delle nuove possibilità offerte da un cambio di legge elettorale e dall’emergenza nazionale che potrebbe portare a un governo tecnico o di larghe intese. E cresce l’incertezza sul vincitore delle prossime elezioni.

Chi paga la manovra

Patiscono i pensionati e i dipendenti statali, si salvano i politici. La risposta a questa domanda è fin troppo chiara e polarizzata. L’insofferenza, quasi l’odio, per la classe politica è così assoluta da raggiungere punte di irrazionalità: è evidente che ci saranno fasce della popolazione che non saranno toccate dalla crisi economica, prima di tutto gli evasori fiscali. Ma questo dato (per il 55.6% degli italiani i politici sono i meno colpiti dalla manovra) dimostra che il ruolo della politica è prima di tutto pedagogico: se il dimezzamento dei parlamentari, la razionalizzazione degli enti pubblici o l’abolizione dei vitalizi non risolveranno il problema dei saldi della manovra, è altrettanto evidente che bisogna fare sacrifici prima di poterli chiedere in modo credibile e senza aumentare la distanza tra elettori ed eletti.

La mobilitazione contro la manovra

Lo sciopero della Cgil non piace agli italiani e soprattutto divide l’opinione pubblica. Il 51% degli italiani è contrario alla mobilitazione. Entrando nel dettaglio dell’appartenenza politica dei rispondenti, scopriamo la netta opposizione di Pdl, Lega e Udc e un’adesione non entusiastica dell’Idv e del Movimento5Stelle. La politicizzazione del ruolo sindacale della Cgil, rassicurante per la parte di elettorato più vicino al centrosinistra, è contemporaneamente un deterrente per i lavoratori di centrodestra. Finché la partecipazione agli scioperi non sarà politicamente trasversale occasioni come quella dello sciopero generale saranno sempre oggetto di strumentalizzazione politica da parte del Governo e dunque rischiano di essere, nella sostanza, inadatte a generare cambiamento nella manovra economica.