Festa nazionale di partito o sagra di paese? In attesa del discorso di chiusura di Gianfranco Fini, che “riserverà sorprese” come promettono i suoi fidi, la festa Tricolore di Mirabello per il momento si è fatta notare per… non essersi fatta notare. Delle migliaia di persone che lo scorso anno accorsero per tributare al partito che doveva ancora nascere il coraggio del dissenso all’interno del Pdl non sono rimasti che i ricordi.

Nemmeno l’inaugurazione alla presenza del delfino finiano Italo Bocchino ha fatto bloccare le strade e fermare il paese. Sarebbe esagerato dire che nessuno se n’è accorto, ma ben poco veritiero sarebbe parlare di trionfo. Difficile scorgere sulla stampa nazionale titoli relativi alla kermesse di Fli. Ancora più introvabili le dichiarazioni riprese dalla televisioni con lo scenario di Mirabello sullo sfondo.

Ecco perché tra gli aspiranti terzo polisti non desta nemmeno troppo scalpore Fabio Granata che, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, chiede mestamente di “ritrovare lo spirito di un anno fa, altrimenti è finita”.

Diciamo che già le premesse non erano state delle migliori. Perso il braccio di ferro amministrativo con il Pdl per la sede storica di piazza Primo Maggio, i finiani hanno dovuto emigrare nei terreni dall’azienda agricola di Vittorio Lodi, il fondatore della festa Tricolore ai tempi di Almirante.

Il coordinatore Raisi ha fatto buon viso a cattivo gioco e si è detto contento della nuova sistemazione, che in metri quadrati si presenta raddoppiata rispetto a prima. Ma basta guardare lo sguardo dello stesso Vittorio Lodi che di giorno in giorno si corruga sempre più e spera in fretta che arrivi la domenica conclusiva.

Anche il parterre de rois dei dibattiti si rimane con un grosso punto interrogativo che lampeggia sopra la testa. Tornati all’ovile i vari Urso e Ronchi, spuntate le unghie di Della Vedova, Granata e Briguglio (gli ultimi due, tra l’altro, in procinto di passare all’Italia dei Valori secondo i bene informati), gli organizzatori si sono affidati più che altro a nomi che nulla hanno a che fare con Fini &Co.

E così per parlare di enti locali si è ricorsi ad Alemanno e Flavio Tosi, mentre a discutere di welfare si trovano Pisapia e Giovanardi. A Rosi Bindi, Marco Travaglio, Arturo Parisi ed Enrico Letta, infine, è affidato lo share delle prossime giornate.

E in effetti dopo i primi giorni di dibattiti a suon di Carneadi, i primi botti sono stati domenica scorsa con Bonanni. Qui però la tempistica non è stata delle più felici. Il segretario Cisl è arrivato per partecipare al dibattito sugli scenari dell’economia in tarda serata, dopo aver reso dichiarazioni a destra e manca durante la giornata. A Mirabello è andata in onda quindi una semplice replica utile solo ai quotidiani locali.

Emblematico quel giorno l’arrivo, in perfetta solitudine, di Rocco Buttiglione. Il vicepresidente del Senato era stato invitato all’ultimo, forse per sostituire qualche defezione improvvisa. Al suo arrivo, senza accompagnatori né portaborse al seguito, è stata una tv locale a riconoscerlo e a chiedergli, con un’ingenuità ricca di efficacia, il motivo della sua presenza alla festa. “Mi hanno invitato… potevo rifiutare?” è stata l’imbarazzata risposta. Ciliegina sulla torta al tavolo dei dibattiti, il suo nome sul cavaliere scritto a penna. Come alla sagra del cappellaccio.