Nel racconto di Domenico Quirico, uno dei quattro giornalisti scampati alla morte a Tripoli, c’è una domanda che il giornalista de La Stampa ha ricevuto durante la sua prigionia: “io sono libico, un uomo qualunque non sono mai andato in Francia, Inghilterra, Italia a bombardare… Perché siete qui, perché lo fate nel mio Paese?” . Quirico commenta: “abbiamo taciuto. Forse dovremo rispondere a questa domanda, subito. Ora. Se non è già troppo tardi”.

Caro fratello libico, siamo venuti nella tua nazione perché c’è il petrolio. E noi ne abbiamo bisogno. La Francia, l’Inghilterra e l’Italia, così come tutto il mondo occidentale, hanno più bisogno di nazioni come la Libia di quanto sia vero il contrario. Ma noi non sappiamo dirlo, non sappiamo essere riconoscenti, così come non sappiamo abbracciare i tuoi fratelli che scappano dalle nostre bombe, che vi lanciamo addosso per ‘esportare la democrazia’, ossia per essere vicini a chi governerà dopo Gheddafi.

Gli italiani, in verità, non volevano questa guerra, sia perché vogliamo bene alla nostra Costituzione, che all’articolo 11 dice che l‘Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, sia perché eravamo molto amici di Gheddafi fino a pochi mesi fa, così come molti dei capi di Stato che ora gli danno disperatamente la caccia, e dunque non riusciamo a capire come si possa cambiare idea così rapidamente su un leader con cui siamo da decenni in rapporti più che cordiali.

Poi in Libia avete iniziato la rivoluzione e chi non aveva il controllo del petrolio libico l’ha sostenuta con il solo scopo di far cambiare il governo e dunque entrare in quel mercato. L’Italia ha temuto di perdere i vantaggi economici di quella ipocrita amicizia con il vostro dittatore e così è salita sul carro dei prossimi vincitori. Siete ancora in lotta, ogni giorno muoiono centinaia di libici, e da noi già si parla di contratti, di appalti, di prospettive. Gheddafi è ancora libero, ma a noi non interessa nulla.

In questa storia ci sono due grandi assenti: la verità e la giustizia.

Noi italiani vorremmo tanto che i nostri governanti ci dicano i motivi veri di queste ‘missioni di pace’: è oramai così evidente che le nostre operazioni militari hanno sempre, e solo, un significato economico e sarebbe il caso che lo si dicesse apertamente. Le ragioni dei nostri ingenti investimenti militari sarebbero finalmente chiare e comprensibili, seppur spregevoli. Ma almeno ci sarebbe il ritorno della verità. Voi libici avreste il sacrosanto diritto a godere di un tenore di vita degno delle risorse di cui disponete e che noi proviamo a soffiarvi a basso costo. Eppure le vostre rivendicazioni, la voglia di ricchezza delle popolazioni del terzo mondo, da sempre sfruttato dalla civiltà occidentale, sono costantemente tenute a bada.

Caro fratello libico, ti capirei se tu ci odiassi, se odiassi gli italiani, i francesi, gli inglesi e gli americani. Il fondamentalismo islamico, il terrorismo arabo, l’11 settembre è cresciuto sulle fondamenta di questo rapporto ribaltato tra ricchi e poveri, dove i ricchi di risorse sono i poveri dell’economia. Aristotele, che nel quarto secolo a.C. non poteva di certo immaginare questa triste china dei rapporti tra i popoli, diceva che “in ogni caso la causa della rivolta è l’inuguaglianza”.

Caro fratello libico, ti capirei anche se tu ci volessi bene, perché in ogni caso il nostro sforzo militare risulterà forse decisivo affinché il vostro popolo esca da una dittatura di quarant’anni. Ma tu sei davvero contento di aver avuto il nostro aiuto solo perché c’è il petrolio nella tua nazione? I nostri fratelli siriani muoiono, così come muoiono tutti i nostri fratelli che lottano contro i regimi e che non hanno la fortuna di avere qualcosa da offrire a basso costo a chi ha bisogno di risorse, cioè a noi.

Fra cinquant’anni il petrolio finirà e tu non avrai più niente da offrire. Dunque i miei nipoti lasceranno morire i tuoi nipoti, se in Libia si riproporrà un’altra volta un contesto politico in cui mancherà la democrazia. Per questo, non appena sarai libero, diamoci una mano e facciamo in modo che i nostri governi lavorino insieme e che investano i loro soldi non per farsi la guerra ma, ad esempio, per rendersi autosufficienti dal punto di vista energetico. Il sole, ad esempio, non manca né in Italia né in Libia.

Meglio investire su pace e rinnovabili che su guerra e beni in esaurimento.