È passato più di un anno dallo sversamento nel Golfo del Messico di 170 milioni di galloni di greggio e 2 milioni di galloni di dispersanti tossici da parte di un’azienda privata operante in acque pubbliche. E mancano ancora statistiche accurate e affidabili sull’impatto del disastro sulla salute dei residenti.

Insieme a Stephen Bradberry – direttore esecutivo dell’Alliance Institute di New Orleans e vincitore nel 2005 del Rfk Human Rights Award – ho fatto parte di una delegazione che ha attraversato la regione della Costa del Golfo, parlando con pescatori di ostriche e di gamberi, ristoratori e residenti, delle malattie di cui hanno sofferto dopo la calamità. Mi è subito tornato alla memoria il viaggio di mio padre, Robert Kennedy, nel delta del Mississippi nel 1967. Rimase scandalizzato dalla povertà, dai bambini il cui ventre era gonfio dalla fame. Credeva fermamente che avessimo un dovere, come nazione, di alleviare la loro sofferenza e lenire il loro dolore. Oggi, i figli e i nipoti di quelle stesse famiglie continuano a soffrire per la negligenza sistematica del governo, l’eredità debilitante di comunità marginalizzate per il colore della pelle, per la religione, per il livello di educazione, per il   reddito o per l’accesso al potere.

Ora deve intervenire il governo federale. A Biloxi, in Mississippi, un pescatore di nome Kwan ci ha raccontato di aver fatto parte di una squadra di pulizia per la Bp, e ci ha detto che lui e i suoi compagni hanno avuto da allora irritazioni cutanee su tutto il corpo, che prudono fino al sanguinamento. In quella città, la struttura per l’assistenza sanitaria è talmente oberata, che ci vogliono tre mesi per un appuntamento con il dottore. Anche Catfish Miller, un altro pescatore, ha lavorato in una squadra di pulizia per la Bp. Gli furono negati i guanti, un respiratore, occhiali o qualsiasi altra attrezzatura protettiva. Ha sofferto di forti emicranie, infezioni alle orecchie, e piaghe nel naso e in gola per mesi a seguire. Ci ha detto che nessun dottore da cui è stato visitato ha voluto collegare i suoi disturbi all’intossicazione.

Abbiamo sentito dozzine di persone in tutta la regione raccontare di simili problemi di salute e degli ostacoli al trattamento, che includevano il dover attraversare grandi distanze per raggiungere le strutture sanitarie e costi per comunità già impoverite. Ci sono anche molte altre ragioni. I dottori del posto generalmente non hanno la possibilità di accedere all’esperienza, alla formazione e alle attrezzature per diagnosticare un avvelenamento da esposizione ad agenti tossici. Non vogliono essere chiamati come testimoni esperti in cause legali contro la Bp. Sono spaventati da cause per negligenza e non trattano i pazienti se non hanno la specializzazione, accrescendo il disincentivo alla diagnosi. E, dato che la maggior parte dei pazienti sono lavoratori in proprio e non assicurati, pochi possono permettersi le costose analisi e medicine necessarie per provare la causa del malessere e ottenere la cura adeguata.

Lo scorso anno il presidente Barack Obama si è impegnato affinché i residenti lungo il Golfo fossero risarciti totalmente (“made whole”). Per onorare tale impegno, il Congresso deve garantire che l’assistenza sanitaria sia adeguata, vicina e accessibile; che il personale sanitario sia formato per diagnosticare, individuare e trattare le intossicazioni; e che la popolazione del Golfo sia trattata con rispetto, qualunque sia la sua origine. Una soluzione esiste. Il senatore Edward M. Kennedy ha firmato la prima legge federale che prevede l’istituzione di centri comunitari di assistenza sanitaria per le persone bisognose.    Oggi, 23 milioni di americani dipendono da quei centri per le cure.

Con la legislazione approvata lo scorso anno, i centri aumenterebbero fino a   coprire 40 milioni di americani, molti dei quali residenti lungo la Costa del Golfo. Se i Repubblicani al Congresso non mantengono la minaccia di ridurre il progresso che è già stato compiuto, le popolazioni del Golfo hanno ancora una possibilità. I primi soccorritori alla tragedia dell’11 settembre non hanno dovuto provare la causa dei loro disturbi per ottenere cure, dovevano solo dimostrare di essere stati nelle vicinanze del luogo dell’attacco terroristico.

In maniera analoga, i 150mila partecipanti alle squadre di pulizia che si sono sacrificati, le loro famiglie e i loro vicini che vivono lungo la Costa del Golfo, non dovrebbero dover dimostrare che i loro sintomi sono stati causati dalla catastrofe della Bp, solo che erano lì. È arrivato il momento di fornire alla famiglie della Costa del Golfo l’assistenza sanitaria che meritano.

Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2011