“La Lombardia sarà sicuramente inserita tra il gruppo di cinque Regioni con le performance migliori che rappresenteranno il riferimento per il calcolo dei costi standard”. Parola del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. E ancora, Silvio Berlusconi, a pochi giorni dalle elezioni regionali della scorsa primavera: “La Lombardia e il Veneto hanno servizi di eccellenza e bilanci virtuosi”. Come funziona il modello lombardo che il governo vuole prendere a esempio per l’intero sistema sanitario nazionale? Ne “La Lobby di Dio” (Chiarelettere – vai alla scheda del libro), il primo libro inchiesta su Comunione e Liberazione, l’autore Ferruccio Pinotti dedica un capitolo al “business della sanità” e spiega che “lo spostamento di ingenti risorse dal pubblico al privato è uno dei tratti caratteristici con cui il governatore Roberto Formigoni ha gestito la sanità in tutti questi anni”. Formigoni, esponente di spicco di Cl al quarto mandato alla Presidenza della Regione, ha dato il via alla liberalizzazione dell’offerta sanitaria lombarda con la legge regionale del 1997. Da allora, sottolinea l’autore, “dappertutto in Lombardia, si assiste a un ridimensionamento del pubblico in favore del privato”. In questi giorni il Pirellone ha lavorato al nuovo assetto della sanitaria con un’ondata di nomine di direttori sanitari. Come sono stati scelti? Formigoni non ha dubbi: “I manager della sanità devono essere in sintonia politica con la Regione”, ha dichiarato il governatore al Corriere della Sera il 21 dicembre. Ieri il 70 per cento delle Asl e degli ospedali lombardi hanno cambiato i vertici. Con qualche sorpresa, come la nomina, all’Asl Milano 1, di Pietrogino Pezzano (in quota Pdl) il cui nome compare nell’inchiesta di luglio sulla ‘ndrangheta in Lombardia. E Comunione e liberazione? Nelle 45 nomine non viene toccata, almeno dal punto di vista numerico. Perde i dirigenti di Vimercate, Fatebenefratelli e Icp. Ma ottiene il Sacco di Milano, con il ritorno dell’ex dirigente Callisto Bravi, San Gerardo di Monza, dove arriva Francesco Beretta, e Riuniti di Bergamo, con la nomina di Carlo Nicora.

Il momento di svolta, per la sanità lombarda, è stato quando “la giunta regionale nel 1996 ha affermato il principio di una piena parità pubblico-privato – spiega ancora l’autore de “La lobby di Dio” – liberalizzando l’erogazione delle prestazioni di ricovero e accreditando tutta l’offerta ospedaliera privata’”. Certamente i privati avevano fatto il loro ingresso prima del 1997, ma la novità, “con l’avvento della sanità ciellina è stata un’altra: la possibilità di indirizzare gli investimenti verso le prestazioni più remunerative, ovviamente quelle chirurgiche”. L’effetto: dal 1997 al 2002 sono calati di 7000 i posti letto pubblici in regione, e aumentati di 556 quelli privati accreditati. E la sanità “convenzionata e ‘rimborsata’” rappresenta “un giro d’affari di oltre 16 miliardi di euro”, dove “il 30% finisce nelle tasche delle lobby private”. Cosa significa questo? Che “se la Regione accredita una clinica o un ospedale, questi possono godere di rimborsi pubblici”.

(clicca qui per leggere il paragrafo “Le mani di Cl sulla salute”, da “La lobby di Dio”).

Anche la Corte dei Conti nella relazione del 2008, riferita al 2007, ha espresso perplessità registrando “l’aumento delle strutture sanitarie private ed il calo di utilizzo di quelle pubbliche”. E sottolineando i controlli insufficienti sulla sanità privata accreditata. Visto il sistema dei rimborsi, ad attirare gli investimenti dei privati sono in particolare il costo elevato delle operazioni, tra cui spiccano quelle cardiochirurgiche.

(clicca qui per leggere il paragrafo “L’allarme della Corte dei Conti”, da “La lobby di Dio”).

In Lombardia, inoltre, molte strutture sanitarie, incluse quelle pubbliche, “fanno parte del power network della Compagnia delle Opere”, il braccio economico di Cl. “Nella lista della Cdo”, spiega l’autore, “ci sono le aziende ospedaliere milanesi più grandi, come il Niguarda e il gruppo San Donato; e quelle dell’hinterland come Desio, Vimercate, Busto Arsizio e Lodi”. Il rafforzamento del “rapporto di dipendenza della sanità dalla politica ciellina” è dato anche dalla selezione del direttore generale dell’ospedale che “è nominato dal governatore, ovvero dalla politica, ed è lui che decide tutto: dai contratti alla scelta dei primari”.

(clicca qui per leggere il paragrafo “Ospedali? No, aziende della Compagnia delle Opere”, da “La lobby di Dio”).

Un esempio celebre dei rischi in cui può incappare il “modello lombardo” è quello della clinica accreditata Santa Rita di Milano: dall’inchiesta giudiziaria che l’ha coinvolta è emerso un “sistema allucinante”, commenta Pinotti, che fa luce “su un’ottantina di interventi chirurgici inutili e dannosi (culminati in un caso con la morte del paziente) finalizzati ad arricchiere la struttura tramite il sistema dei rimborsi”. Una vicenda in cui secondo i consiglieri regionali di opposizione Pippo Civati e Carlo Monguzzi “si intrecciano tra loro tutti gli elementi della privatizzazione ‘ciellina’ dei servizi sanitari, dei pagamenti a prestazione della liberalizzazione secondo l’ormai classico e noto modello lombardo della sanità”. Un modello che è sinonimo di efficienza, ma caratterizzato dai costi dei ticket per i farmaci “più alti d’Italia” e che, per mantenere il bilancio regionale “formalmente in pareggio”, attinge dall’addizionale Irpef applicata dal 2002 su tutti i redditi dai 15.500 euro in su. “Un trucco ulteriore per drenare soldi al cittadino al fine di mantenere un sistema in cui si avvantaggiano i gruppi della sanità privata”

(clicca qui per leggere il paragrafo “Privato è meglio?”, da “La lobby di Dio”).

Per capire a fondo il funzionamento del “modello lombardo”, l’autore intervista Alessandro Cè, ex assessore alla Sanità in quota Lega, che evidenzia il meccanismo della “privatizzazione occulta delle strutture sanitarie pubbliche attraverso la trasformazione degli ospedali in fondazioni” per creare, come nel caso di Saronno (a cui si oppose) “una struttura meno trasparente, per aggirare la normativa sull’assegnazione degli appalti e distribuire altri posti di potere”. E se per Cè “le altre regioni sono in fase sperimentale”, “rimaste ancora alle mazzette che girano in contanti”, in Lombardia è tutto più “sottile”: “Hai i tuoi uomini dappertutto: sto parlando della sanità, ma il sistema funziona in tutti gli ambiti. A esso sono agganciati, per gli appalti, i big player: Ligresti, Geronzi, gente che parla con Berlusconi, con Formigoni, con La Russa”.

(clicca qui per leggere il paragrafo “Gli affari d’oro dei privati nella sanità pubblica”, da “La lobby di Dio”).

Sull’avanzamento di Cl interviene anche Enrico De Alessandri, funzionario dell’assessorato generale alla Sanità sospeso dal lavoro per un mese nel dicembre 2009 per “avere espresso critiche al sistema di potere di Cl prima in un blog e poi in un libro”: “Se nelle altre regioni si può legittimamente parlare di ‘primari di partito’ e di ‘manager di partito’”, puntualizza, “in Lombardia si parla quasi esclusivamente di ‘primari di Cl’ e di ‘manager di Cl’. Se non si è ciellini non si diventa primari”, mentre fa notare che alcuni “mettono nel curriculum le foto con don Giussani”.

(clicca qui per leggere il paragrafo “La soppressione del Centro emoderivati e il caso di Enrico De Alessandri”, da “La lobby di Dio”).

Oltre al progressivo accreditamento del privato a scapito del pubblico, la presenza di Cl nella sanità lombarda “va ad invadere – è il giudizio dell’autore – anche la delicata sfera dei diritti individuali”. In Lombardia, infatti, i ginecologi che scelgono di effettuare l’Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) sono “ovunque una minoranza”: negli ospedali regionali, infatti, “l’80% opta per l’obiezione” e questo “finisce per rendere difficile l’accesso a prestazioni che dovrebbero essere garantite a chiunque, come la possibilità di ricorrere alla pillola contraccettiva, oppure, dal 2010, la somministrazione della Ru486”. In tema di diritti individuali, “anche il dibattito e le scelte su un tema come il fine vita è influenzato dagli orientamenti ideologico-confessionali della Regione giudata da Formigoni”, chiosa Pinotti.

Il caso a cui fa riferimento è quello di Eluana Englaro: infatti, anche se nel luglio 2008 il padre Beppino “aveva ottenuto dalla Corte di cassazione una sentenza che consentiva di fatto l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione, il governatore lombardo dichiarava pubblicamente che le strutture della Lombardia non si sarebbero rese disponibili a togliere il sondino dell’alimentazione a Eluana, intimando ai medici di non dare esecuzione alla sentenza”. Englaro vinse anche il ricorso al Tar, ma la Lombardia, grazie anche a un atto di indirizzo del ministro Sacconi “volto a impedire che nelle strutture sanitarie pubbliche e private si desse corso alla sospensione di nutrizione e idratazione artificiali”, non era disponibile ad accogliere Eluana per l’esecuzione della sentenza.

(clicca qui per leggere il paragrafo “Contraccezione e aborto: diritti in pericolo”, da “La lobby di Dio”).

Dalla conclusione di Pinotti, alla luce delle testimonianze raccolte, emerge che quello lombardo è un “modello virtuoso” in cui “l’abilità sta nel fare le regole giuste, in un ipertecnicismo giuridico finalizzato a favorire gli interessi di pochi”.