Ci risiamo dopo l’ennesimo morto ammazzato dal “sistema”, si ricomincia a parlare di faida. Da febbraio si contano nove omicidi a nord di Napoli; gli ultimi a cadere, qualche giorno fa, sono stati Salvatore Scognamiglio (46 anni), reggente del clan Lo Russo di Milano e Salvatore Paolillo (39 anni). Sembra ci sia un ricambio generazionale all’interno del clan degli “scissionisti” con ventenni bramosi di prendere il posto dei quarantenni.

Qui la morte, da un bel po’, ha smesso di scandalizzare e ciò che si sente più spesso è: “tanto si ammazzano tra di loro”, come se la loro vita non valesse nulla; e in effetti non interessa a nessuno fin quando a essere versato non sarà il sangue di un innocente. La verità è che la faida di Scampia, che in pochi mesi, tra il 2004 e il 2005, fece oltre 70 morti, non è mai finita. Da allora si respira uno strano clima di calma apparente, perché quando non ci sono morti ammazzati non significa, come vogliono farci credere, che le organizzazioni criminali sono state sconfitte, ma che semplicemente hanno trovato un accordo e quindi sono ancora più potenti.

La camorra a Napoli, così come in definitiva le mafie nel meridione, sono la stessa aria che respiriamo e che lentamente modifica i nostri pensieri, le rinunce e i compromessi cui “normalmente” cediamo in una realtà che di normale non ha più nulla.

Come può uno Stato far finta di nulla o meglio tollerare al proprio interno una vera e propria guerra? Da sempre le istituzioni si limitano solo a operazioni di contenimento del fenomeno. A poco servono le maxi retate e i super arresti, se ciò significa solo lasciare un posto vuoto nella classifica dei 10 criminali più pericolosi. Un posto che sarà rimpiazzato all’indomani dell’arresto. Oggi circa un terzo dell’intera economia italiana è nelle mani delle mafie. Ciò vuol dire che combattere seriamente le mafie significherebbe portare al tracollo l’azienda Italia.

C’è bisogno di uno sforzo continuo su più livelli che non dia tregua alle organizzazioni criminali, teso a spezzare le maglie che legano la criminalità alla politica. Se negli anni Settanta il contrabbandiere sceglieva l’illegalità per sopravvivere, oggi il pusher vuole permettersi una vita che da operaio non potrebbe mai fare; da qui l’importanza di dare un’alternativa dignitosa a chi vive ai margini dell’impero e contemporaneamente, attraverso la cultura, decostruire modelli che appaiono vincenti. Solo se inizieremo a camminare in questa direzione smetteremo di chiederci:

Che fanno queste anime / davanti alla chiesa / questa gente divisa / questa storia sospesa