Tra i romanzi che quest’anno ho portato con me in vacanza c’era un libriccino di un’ottantina di pagine, un minuscolo gioiello sudamericano in blu Sellerio scritto da Carlos María Domínguez – giornalista e critico letterario argentino – e intitolato La casa di carta. Si tratta di un testo del 2001, pubblicato in Italia solo quest’anno, un libro che tutti i possessori di una biblioteca privata cresciuta intorno all’abuso patologico di libri dovrebbero, secondo me, leggere.

Si parte con un incipit di quelli che di solito, con poca fantasia, si definiscono “folgoranti” e che fa così: «Nella primavera del 1998 Bluma Lennon comprò in una libreria di Soho una vecchia edizione delle poesie di Emily Dickinson e, arrivata alla seconda poesia, al primo incrocio, fu investita da un’automobile. I libri cambiano il destino delle persone».

Da qui ci si ritrova subito immersi in una specie di giallo che però non ha a nulla a che fare con l’incidente che ha ucciso la Lennon, bensì con un pacco anonimo contenente un libro di Conrad, La linea d’ombra, inviato alla donna (che di mestiere faceva la docente a Cambridge). Nel libro ci sono due indizi enigmatici: la copertina è impastata di cemento e all’interno c’è una dedica della Lennon a un uomo.

A ricevere il pacco è un collega della docente scomparsa che per venire a capo del mistero intraprende un viaggio dall’Inghilterra, all’Uruguay. Ci imbattiamo così nella storia di Carlos Brauer, che era il destinatario originale del plico e della dedica, un bibliofilo vittima di una feroce ossessione per i libri, fuggito dalla sua stessa vita e rifugiatosi in una finisterre sulla costa argentina. In questa «lingua di sabbia lontano da tutto, esposta ai venti, alle maree. […] Un luogo senz’ombra. Selvaggio. Con cieli che è difficile vedere da un’altra parte» Brauer ha edificato il suo folle monumento. Con l’aiuto di un muratore ha trasformato i volumi della sua sterminata biblioteca in mattoni, e con essi ha eretto una casa affacciata sull’oceano (la casa di carta del titolo) ed esposta alle grida dei gabbiani.

Per un’affascinante e misteriosa combinazione di eventi, una settimana prima di acquistare in libreria il racconto di Domínguez, ho visto in Tv Centochiodi, il film di Ermanno Olmi del 2007. Anche qui abbiamo a che fare con il tema “libri e follia”, o se si preferisce con la “follia dei libri”. Nel film di Olmi (assai deludente per la verità) un professore di religione “in rivolta” inchioda al pavimento cento preziosi incunaboli della biblioteca universitaria e poi lascia tutto per rifugiarsi fra le rovine di un cascinale sulle rive del Po. Frasi come «Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico» o «C’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri» pronunciate dal protagonista del film (un cristologico Raz Degan) potrebbero benissimo trovare ospitalità fra le pagine della novella di Domínguez.

Non so se Ermanno Olmi, prima di mettere mano al suo film, abbia letto La casa di carta nella versione originale in lingua spagnola. Resta in entrambi i casi la volontà, più o meno compiuta, di desacralizzare i libri e l’aura di culto e autorità morale che spesso si produce intorno ad essi. E, per quanto mi riguarda, resta il sapore dolce di una coincidenza felice che ha messo in connessione un libro e un film, entrambi, in un modo o nell’altro, capaci di farmi provare una certa pietà beffarda mentre guardo oggi la libreria del mio salotto e ripenso ai libri che ho prestato o che ho perduto.