Mi ha colpito molto l’interesse suscitato dal mio post di alcuni giorni fa sulla povertà che bussa alle porte di chi studia, annullando di fatto la (supposta) garanzia di ascensore sociale. Eccezion fatta per i soliti interventi da copione pregni di un certo livore refrattario al confronto, molti commenti mi spingono (con sorpresa, lo ammetto) anche ad un certo ottimismo, alla considerazione che forse in fondo non si vorrebbe proporre anche per il futuro in Italia una “restaurazione” di posizioni consolidate. Insomma, c’è chi cerca nuovi percorsi sostenibili nell’era della glocalizzazione e digitalizzazione del lavoro.

D’altronde la società della conoscenza sta emettendo gia’ drastici verdetti e le prime vittime iniziano a contarsi sul terreno delle nuove tecnologie. Suggerisco al riguardo la lettura di Freelance: i lavoratori della conoscenza e il loro futuro“, di Sergio Bologna e Dario Banfi per Serie Bianca Feltrinelli. Il libro è una fotografia sui nuovi lavoratori della rete.

A fronte però delle possibile vie di fuga – una terza via, direbbe qualcuno – mi chiedo se esista una flessibilità buona. Riprendo questo concetto da ciò che ha scritto l’amica Eleonora Voltolina proprio sulle colonne del Fatto Quotidiano il 21 aprile scorso, rispondendo alle posizioni più conservative (mia definizione) degli altri promotori dell’iniziativa “Il nostro tempo è adesso“, mobilitazione che ha portato in piazza migliaia di precari.

Scrive Voltolina: “[Occorre] non avere paura a sostenere una riforma forte del diritto del lavoro, con l’introduzione di un contratto unico che preveda tutele progressive con il passare degli anni sul modello di quelli elaborati da tanti esperti, da Pietro Ichino a Tito Boeri. [Occorre] avere il coraggio di sostenere politiche che incentivino il merito, anche se questo significa perdere quei diritti di “inamovibilità” che specialmente nel settore pubblico si sono consolidati negli ultimi 40 anni. Vuol dire premere sull’Inps per risolvere l’enorme problema taciuto delle (inesistenti) pensioni che tra trent’anni (non) percepiranno i precari di oggi. Vuol dire lottare per i diritti ma non per i privilegi, che sono cosa ben diversa e bloccano ogni cambiamento“.

Lottare per i diritti e non per i privilegi. Condivido ogni virgola, soprattutto questa idea di rivendicare i diritti ma al contempo di esser pronti al cambiamento, sopravvivendo in modo proattivo alla precarietà.

Dalla flessibilità buona a quella cattiva. Qualche tempo fa l’allora ministro del lavoro Cesare Damiano così dichiarava a Rosanna Santonocito in un incontro all’Università Bocconi: “La flessibilità diventa cattiva nel momento in cui le imprese utilizzano questa miriade di forme di lavoro flessibile, al limite della precarietà, in sostituzione del lavoro standard, del lavoro subordinato. Pensiamo ai call center. Lì non c’è una ragione improvvisa e non programmabile, ma l’utilizzo sotto forma di lavoro parasubordinato di una normale risorsa. Questo è un uso distorto che va ricondotto a un uso corretto“.

In fondo scardinare la precarietà e abbracciare la flessibilità può significare anche non demonizzare il mercato del lavoro per come – di fatto, volente o nolente – si è strutturato negli ultimi vent’anni. Il senso di impotenza e di rassegnazione potrebbe forse in questo modo lasciare il passo ad altro.