Il governo ha più volte presentato la ‘riforma’ dell’università (legge 240/2010) come un fiore all’occhiello. L’ha citata ripetutamente tra i risultati migliori del triennio di governo, l’ha presentata come una riforma che superava l’epoca buia dei baroni, che apriva nuove strade ai giovani.

Oggi, mentre è sempre più evidente che i baroni sono sempre al loro posto e che i giovani incontrano ulteriori difficoltà a farsi largo nell’università e nella ricerca, viene da chiedersi ciò che pochi si sono chiesti. Perché il governo ha lavorato solo sull’università e sulla sua ‘riforma’? Perché non rivolgersi a una delle sette «missioni» che il Pdl presentò come prioritarie lanciando il suo programma per le elezioni del 2008? Rilanciare lo sviluppo, sostenere la famiglia, maggiore sicurezza e giustizia, servizi ai cittadini, Sud Italia, federalismo e piano straordinario di finanza.

Di questi sette punti ne potevano essere avviati alcuni con poche azioni mirate, invece poco o nulla è stato fatto: il federalismo fiscale sarà un peso sulle spalle dei cittadini; la sicurezza e la giustizia vengono proclamate solo per mettere al sicuro il ‘capo’ dai rischi giudiziari; il sud resta dov’è coi suoi problemi; la famiglia è un bell’orpello da usare nei talk-show e le grandi opere vivacchiano all’ombra del Ponte sullo Stretto.

Allora, di fronte a questa sequela di fallimenti e di mancate promesse, viene da domandarsi perché il governo ha smosso mari e monti per realizzare una ‘riforma’ universitaria che non era certo l’urgenza delle urgenze del Paese.

La risposta è, come al solito, composta da più motivi. Prima di tutto gli insegnanti sono personaggi ‘infidi’. Insegnano – chi bene, chi male, per carità – cultura e trasmettono istruzione; formano i cittadini di domani, hanno tra le mani – sia detto senza retorica – il futuro dei giovani che da loro traggono ispirazione e consiglio. Gli insegnanti, tutti, avevano o hanno il loro orientamento politico diversificato ma se hanno fatto bene il loro lavoro – e nulla impedisce di pensare che in gran parte lo abbiano fatto bene – hanno insegnato a pensare a tante persone che oggi votano, ragionano, capiscono meglio ciò che gli succede intorno. In una società televisiva, fondata sull’apparenza e sull’«intrattenimento», un insegnante è un pericoloso maestro di dissenso.

Chi ti propone Dante o ti insegna a leggere un filosofo o ti fa capire come leggere un bilancio societario non è amico di chi fa della mediocrità il suo target preferito: «Il pubblico italiano non è fatto solo di intellettuali, la media è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco… È a loro che devo parlare» (S. Berlusconi, «Corriere della Sera», 10 dicembre 2004). Importante quindi che il ragazzo in questione non venga promosso, resti un bambinone al quale si può far credere tutto e il contrario di tutto.

Colpire la scuola, annichilire le università tagliando loro i fondi, cercare di trasformarle in «fondazioni associative» (come da programma del Pdl) è un modo per eliminare possibili fonti di dissenso, luoghi di formazione di pensiero critico.

E sempre per questo motivo le proteste di chi si è opposto a questo andazzo sono state presentate dal governo come azioni di difesa dei baroni: i ricercatori protestavano e venivano chiamati baroni, mentre i baroni veri, quelli che in fondo un accordo con il governo riescono sempre a trovarlo, anche dall’area dell’opposizione, se ne stavano zitti e tranquilli e riemergono solo adesso per dichiarare (comunicato Crui del 22 luglio) quanto sono pesanti i tagli attuati prima e dopo la legge Gelmini.

Chi pensa dà noia, lo ha sempre fatto; chi sta zitto noia ne dà molto meno, meglio se privo degli argomenti per protestare. Ma oltre a questo c’è da dire che il governo sa di non potere avere grande seguito nelle università e nelle scuole, e quindi le colpisce. La sdegnosa liquidazione dell’intellettualità come «culturame» dà bene il senso dell’operazione «scuola e università»: non saranno mai dei nostri, non saranno mai controllabili, rendiamoli impotenti e inutili. Ci stanno riuscendo?

E, soprattutto, l’opposizione ha intenzione di contrastarli? (al prossimo post per quest’ultima domanda).

Piero Graglia