Lo hanno braccato in Olanda lo ‘zio’. Era sfuggito alla retata contro il clan Polverino che, nel maggio scorso, aveva portato in carcere 40 persone. E’ finita ieri la latitanza di Angelo D’Alterio, grazie al lavoro dei carabinieri del comando provinciale di Napoli e dei reparti speciali olandesi, coordinati dalla Procura di Napoli, pm Marco Del Gaudio, Antonello Ardituro e Maria Cristina Ribera, in collaborazione con l’Eurojust (l’Unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea), con l’Unidad Central Operative e la Guardia civil spagnola. L’ennesima dimostrazione del livello di infiltrazione e condizionamento dei clan camorristici all’estero. I Polverino, in particolare, hanno egemonizzato la Costa del Sol, in Spagna, investendo in operazioni immobiliari i capitali sporchi e il denaro proveniente dal traffico di droga, soprattutto hashish che il clan gestisce con il benestare delle altre organizzazioni criminali italiane.

Basti pensare che, nell’operazione di maggio, il patrimonio sequestrato è pari a un miliardo di euro. I carabinieri, in pochi mesi, hanno arrestato 5 esponenti di spicco del gruppo che fa capo a Giuseppe Polverino, ancora latitante. “ L’ennesima dimostrazione – commentano in ambienti giudiziari – della pervasività dei clan all’estero e dell’ingente patrimonio di cui possono disporre. Noi, invece, operiamo senza strumenti adeguati”.

Gli  investigatori fanno esplicitamente riferimento all’impossibilità per l’Italia di adoperare squadre investigative comuni con gli altri paesi dell’Unione Europea. La decisione quadro europea non è stata recepita, con apposita legge, dal parlamento italiano. In questo modo, gli inquirenti italiani riescono a partecipare alle operazioni internazionali grazie ai buoni e consolidati rapporti con le forze dell’ordine straniere. Talvolta però vengono tagliati fuori. “ Dipende dal Paese – racconta un investigatore – A volte, dopo aver consegnato le carte ci rispediscono in aereo a casa”. Eppure il know how degli agenti italiani, in più occasioni, si è rivelato fondamentale, ma è neutralizzato da questo vuoto legislativo.

Il potere economico della camorra ha suscitato l’allarme anche degli Stati Uniti. In una conferenza pubblica il presidente Barack Obama ha indicato le quattro organizzazioni criminali straniere più pericolose e la nuova strategia per fronteggiarle. Al secondo posto c’è proprio la camorra, insieme a Los Zetas (narcos messicani), la mafia russa del “Circolo dei fratelli” e la Yakuza giapponese, gruppi criminali capaci di corrompere autorità governative e statali. Nel piano di azione presentato, Obama e la sua squadra parlano di vera emergenza nazionale e di organizzazioni che minacciano la stabilità del sistema economico americano, l’ordine e la stessa sicurezza nazionale. La relazione parla della camorra come di un gruppo criminale italiano in grado di fatturare 25 miliardi di dollari ogni anno.

Parla americano anche un’ultima inchiesta della Direzione investigativa antimafia (Dia) di Napoli dell’aprile scorso, che ha riguardato un imprenditore veneto che si occupa di macchinari per la triturazione dei rifiuti, con sedi operative anche anche a New York. Avrebbe utilizzato assegni e fatto da prestanome a Cipriano Chianese, l’imprenditore sotto accusa per camorra, eminenza grigia delle ecomafie casalesi e protagonista assoluto della prima emergenza rifiuti campana.

Il report del governo americano individua i settori di maggiore interesse della criminalità campana: la contraffazione, la violazione della proprietà intellettuale e il traffico di droga. La patria della contraffazione è la Cina, ma è Napoli a essere considerata per il potere dei clan, il luogo di interscambio. E’ a Napoli che da Pechino arrivano i prodotti rivenduti poi su tutti i mercati del mondo. Il sistema non è cambiato, è quello ben definito nell’inchiesta Gomorrah del maggio 2010. In quel caso prodotti di lavoro venivano spediti a Napoli e poi rivenduti in tutto il mondo con marchi contraffatti. I guadagni erano notevoli (un trapano pagato 50 euro veniva rivenduto a 700 euro). Le attività illecite consentono quindi di accumulare capitale da investire nei paesi stranieri, anche negli Stati Uniti. E quello della contraffazione è uno dei mercati più floridi. I numeri sono da capogiro. Secondo il Censis il mercato del falso solo in Italia, nel 2008, ha prodotto un fatturato di 8 miliardi e 109 milioni di euro.

Quando, nel 2008, è stato arrestato il latitante Vincenzo Licciardi, tra i capi dell’alleanza di Secondigliano, si è compreso il livello di business raggiunto. Attraverso la rete dei magliari, (significativamente presente anche a Sten Island, roccaforte italo-americana a New York), da anni riferimento in diversi paesi stranieri, l’organizzazione riusciva a piazzare capi di abbigliamento, posateria, materiali di ogni tipo, anche negli States. Una strategia imprenditoriale da holding del crimine: prodotti con marchi contraffatti che sottraggono soldi e reti di vendita alle grandi griffe. Diversi gruppi criminali (anche il clan Mazzarella) sono attivi in questo business mondiale.

Alcune formazioni criminali mantengono saldo il loro potere come se nulla fosse. E’ il caso del gruppo Contini. L’ultimo boss arrestato è Giuseppe Dell’Aquila (Leggi), referente anche dei Mallardo di Giugliano (clan in stretto rapporto con i Casalesi). Il gruppo Contini è una formazione che non presenta al suo interno collaboratori di giustizia e ha una potenza di uomini e patrimonio economico ancora molto vasto.

E proprio sull’aggressione ai patrimoni, mentre gli Stati Uniti mettono in campo una strategia di repressione, si registra l’ennesimo handicap  sul fronte italiano delle indagini. Il parlamento italiano, nonostante il pressing e la proposta presentata dalla deputata Laura Garavini del Pd, non ha recepito la delibera quadro sulla confisca europea. Così l’Italia rinuncia, in periodo di profonda crisi economica, non solo a dare un segnale forte nella lotta all’illegalità, ma soprattutto rinuncia a offrire al patrimonio pubblico i beni e gli immobili mafiosi confiscati all’estero.