La protesta delle tende a Tel Aviv. Foto da Activestills.org

Preso in controbalzo dalla «protesta delle tende» che da Tel Aviv si estende ad altre città israeliane, il primo ministro Benyamin Netanyahu cerca frettolosamente di correre ai ripari. Oggi avrebbe dovuto essere in Polonia, una delle tappe del tour diplomatico messo in piedi dal governo israeliano per cercare di bloccare l’iniziativa palestinese all’Onu. Invece, è stato costretto a una conferenza stampa convocata in fretta e furia per placare la protesta, giovanile e popolare, che ha portato decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv domenica. La manifestazione si è conclusa con le cariche della polizia a cavallo e decine di fermi, ma gli accampamenti di tende, partiti dal boulevard Rotschild, continuano a spuntare. Blocchi stradali hanno interrotto la circolazione anche verso Gerusalemme e un gruppo di manifestanti ha protestato direttamente sotto la residenza del primo ministro. Stando a un sondaggio pubblicato dal quotidiano Haaretz, l’87 per cento degli israeliani appoggia le ragioni della protesta e il 54 per cento disapprova il modo in cui il governo la sta gestendo.

Ieri anche gli incroci stradali vicino alle Azrieli Towers, uno dei simboli della parte nord di Tel Aviv, quella dei quartieri ricchi, sono stati bloccati dai manifestanti, soprattutto giovani, istruiti e con un lavoro che non basta a pagare gli affitti stellari della capitale laica di Israele, e meno che mai un mutuo per comprare una casa. I prezzi delle proprietà immobiliari, a Tel Aviv come a Gerusalemme e in altre città israeliane, sono cresciuti a dismisura negli ultimi anni, tirando un’inflazione reale che ha fatto salire il costo della vita del 15 per cento.

Basta farsi un giro per le agenzie immobiliari di Tel Aviv o esaminare i siti dei giornali israeliani per vedere una pioggia di annunci di nuove case in vendita, destinate però soprattutto al mercato estero. Ovvero, a tenere alti i prezzi delle case sono soprattutto i ricchi ebrei, soprattutto statunitensi, che vivono all’estero e vanno in Israele solo una o due volte l’anno, per le feste più importanti o per le vacanze estive. In alcune zone di Tel Aviv, di gran lunga la più richiesta città israeliana sul mercato immobiliare, negli ultimi tre anni i prezzi sono saliti anche del 64 per cento.

Per i giovani israeliani, già gravati da tre anni di servizio militare obbligatorio (due per le donne), così come per i lavoratori migranti asiatici o ancor di più per i cittadini palestinesi di Israele, colpiti da tassi di disoccupazione più alti della media e da difficoltà enormi di accesso al credito, avere una casa rimane un obiettivo difficilissimo da raggiungere.

Secondo l’Association for Civil Rights in Israel (Acri), una delle organizzazioni sociali che fa parte della Coalition for Affordable Housing in Israel, ad aggravare la situazione ci si sono messe le politiche neoliberiste dei governi di destra, comprese quelle portate avanti da Netanyahu quando era ministro dell’Economia: «Negli ultimi anni le politiche edilizie israeliane sono diventate irriconoscibili – scrive l’Acri sul suo sito web – La tendenza dominante è quella verso la privatizzazione e la deresponsabilizzazione: è stato privatizzato il mercato dei mutui, è stata ridotta l’assistenza a chi compra casa, sono stati tagliati gli aiuti per le categorie svantaggiate, è stata eliminata l’edilizia pubblica».

Nella conferenza stampa di martedì, però, Netanyahu offre un’interpretazione completamente diversa della situazione. Secondo il primo ministro, la mancanza di case per i giovani, per le famiglie numerose, per i più poveri è dovuta alla «troppa burocrazia» che impedisce la costruzione di nuovi edifici. Il premier israeliano ha annunciato un piano per abbassare del 10 per cento il costo della terra controllata dallo Stato e per incoraggiare la costruzione di almeno 10 mila appartamenti da due e tre stanze, da offrire a prezzi calmierati per affitti di lungo periodo o in vendita alle giovani coppie, alle famiglie numerosi, ai veterani dell’esercito e alle fasce più povere. Secondo Netanyahu, sostenuto dal ministro delle finanze Yuval Steinitz, è la mancanza di concorrenza che blocca il mercato: «Viviamo in un piccolo paese – ha detto Netanyahu – ma lo abbiamo reso ancora più piccolo a causa delle restrizioni e del ruolo eccessivo dello Stato».

Il 19 luglio, peraltro, la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato in seconda lettura (su tre) la creazione, per un periodo limitato di tempo, di una Commissione edilizia nazionale che dovrebbe, nelle intenzioni del governo che ha promosso questo disegno di legge, promuover vasti progetti edilizi, aggirando le normali procedure di regolamentazione, i piani urbanistici, i controlli burocratici. La protesta delle tende è nata proprio in concomitanza con la discussione di questo progetto di legge che, secondo l’Acri, non farà altro che rafforzare le tendenze attuali, senza risolvere alcuno dei problemi posti dagli attendati.

I membri della Knesset dovranno votare in assemblea il nuovo disegno di legge nei prossimi giorni: «Nella sua forma attuale, questo disegno di legge non contiene alcuna previsione che incoraggi l’edilizia pubblica, nemmeno per le fasce più deboli della popolazione – commenta Gin Dan Mor, coordinatore del Progetto per il diritto alla casa dell’Acri – Al contrario, continuerà a sostenere la trasformazione della terra in Israele in lotti per grattacieli di lusso».

La ricetta proposta da Netanyahu, però, non convince e le giovani generazioni israeliane si trovano a fare i conti con le conseguenze dello smantellamento dello stato sociale, avviato in fretta e furia negli anni novanta, con la complicità attiva del partito laburista. Il risultato è la situazione fotografa nel rapporto, uscito a maggio di quest’anno, dell’Adva Center, un centro di ricerca indipendente specializzato in temi sociali ed economici. Il curatore del rapporto, Shlomo Swirski scrive: «Israele è un classico caso di un paese in cui gli indicatori macroeconomici sono buoni, ma la maggior parte delle famiglie non è invitata alla festa di fine anno. Israele ha uno dei più alti livelli di povertà tra i paesi dell’Ocse, uno dei più alti tassi di disuguaglianza e una delle peggiori performance nei test internazionali sul livello di istruzione».

Le ragioni di queste contraddizioni, secondo Swirski, vanno cercato innanzi tutto nel peso economico del conflitto con i palestinesi: a metà degli anni duemila, Israele spendeva il 7,3 per cento del proprio Pil per le forze armate e la sicurezza e anche l’aspetto economico «positivo» di queste spese, cioè la crescita dell’industria ad alta tecnologia, riguarda non più del 10 per cento della forza lavoro israeliana. Il 75 per cento degli impiegati israeliani guadagna in media 1500 dollari al mese, poco più di mille euro, dice Swirski, con discriminazioni molto forti che non riguardano solo i lavoratori arabi cittadini israeliani, ma anche i cittadini ebrei di origine non europea (Mizrahim), che possono arrivare a guadagnare anche il 40 per cento in meno. «Il risultato è che l’economia israeliana è diventata un’economia a salari bassi», dice ancora Swirski.

Ci sono almeno altri due elementi che completano il quadro. Il primo è la divisione tra i laici israeliani e gli ultraortodossi, che non lavorano ma ricevono sussidi dal governo e sono, specialmente a Gerusalemme, una delle componenti sociali in più rapida crescita. Il secondo elemento, sono le colonie, illegali per la legge internazionale, che continuano a crescere nei territori palestinesi. Lì le case costano poco e il governo incentiva le giovani coppie a trasferirsi a Gilo, Pisgat Ze’ev, Har Homa o altre quasi-città oltre la Linea verde. Solo che sono centinaia le case vuote da quelle parti e secondo le stime ufficiose del Comitato Israeliano contro la demolizione delle case, solo un terzo degli oltre 500 mila abitanti delle colonie in Cisgiordania sono veri «coloni», motivati ideologicamente. Gli altri farebbero volentieri a meno di vivere oltre la Linea verde se potessero permettersi un appartamento decente a Tel Aviv o Haifa o Gerusalemme ovest. Senza abitanti, però, verrebbe meno il senso di quelle città che crescono a vista d’occhio nonostante le proteste internazionali e dei palestinesi. Qualcuno inizia a chiedersi che senso abbia cementificare il deserto di Giudea e le colline attorno a Gerusalemme quando a Tel Aviv per avere una casa bisogna bloccare il traffico e piazzare una tenda in strada.

di Joseph Zarlingo