Il ciclone tangenti si abbatte sul Partito democratico. Al centro le mazzette milionarie che, secondo la procura di Monza, ha incassato Filippo Penati a partire dal 2001 e fino al 2010. L’ultima, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, risale al 2008. Si tratta di due milioni di euro mascherati da una caparra per un’operazione immobiliare non conclusa. E che vede protagonista l’imprenditore Bruno Binasco già coinvolto nell’inchiesta Mani Pulite per presunti finanziamenti al Pci-Pds. E come oggi anche allora la tangente, poi non dimostrata, sarebbe passata attraverso una transazione immobiliare. Una storia raccontata nel libro Mani Pulite di Barbacetto, Gomez, Travaglio. Qui di seguito uno stralcio:

“Il Pci riunì i costruttori…”

Il 15 settembre 1993 Di Pietro raccoglie la confessione di Bruno Binasco, amministratore delegato dell’Itinera, grande impresa di costruzioni specializzata in autostrade e controllata da Marcellino Gavio, latitante dal 9 agosto 1992. Binasco, tra l’altro, conferma un finanziamento di 400 milioni al Pci-Pds, passato per le mani di Primo Greganti. E, per inquadrare meglio l’episodio, compie un salto indietro nel tempo, fino al 1989. In quell’anno il senatore Lucio Libertini, responsabile del settore trasporti del Pci, convoca una riunione nella sede nazionale di via delle Botteghe Oscure, con una ventina di imprenditori, i massimi costruttori italiani. Era la vigilia del varo di grandi opere: dall’alta velocità ferroviaria alla costruzione di nuovi tronchi autostradali, dopo l’annullamento del decreto che aveva bloccato i cantieri.

Opere – assicura Binasco – alle quali “il Pci aveva aderito”. Nella riunione si parla di politica, ma Binasco e i costruttori presenti interpretano questa nuova attenzione del partito verso le imprese “come un cambiamento della linea politica relativa alle grandi opere infrastrutturali”. E “come un’esortazione a coinvolgere le cooperative nella realizzazione delle nuove opere”. Un auspicio che verrà largamente raccolto. Marcellino Gavio, quattro giorni dopo la confessione del suo braccio destro Binasco, rientra in Italia e si consegna a Di Pietro. Ammette le tangenti per la metropolitana milanese, conferma le dichiarazioni di Binasco e ottiene la scarcerazione. “Ho appreso da Binasco – dice – che lui aveva dovuto dare qualche cosa a Greganti a titolo di contributo per tenere i buoni rapporti con il Pci-Pds e per non averlo contro negli sviluppi degli appalti nelle opere pubbliche”.

Insomma: alla vigilia delle commesse miliardarie per l’alta velocità e le autostrade (al cui confronto gli appalti Enel sono poca cosa) le imprese e i partiti si sono preparati a dovere. Dei probabili accordi, delle possibili tangenti in questo campo non rimarranno, però, molte tracce, anche perché l’avvio di Mani pulite guasterà la festa appena cominciata. Il compagno G. , questa volta, non nega di aver ricevuto denaro da Gavio e Binasco, in quanto funzionario del Pci. Riduce però la cifra (“solo 150 milioni”) e la giustifica con una complicata operazione immobiliare. Nel 1989 – sostiene Greganti – aveva avviato, insieme al tesoriere nazionale del Pci Renato Pollini, trattative per vendere all’Itinera un palazzo che il partito possedeva a Roma, in via Serchio.

Binasco aveva già versato la caparra (100 milioni regolari più un miliardo in nero), ma poi Pollini era stato sostituito da un nuovo tesoriere, Marcello Stefanini, che affiancato dal responsabile del patrimonio immobiliare Marco Fredda, aveva alzato il prezzo. E Binasco si era tirato indietro. Il palazzo alla fine era stato venduto a un’altra società, la Proal, per 7 miliardi, di cui due e mezzo in nero. A quel punto Greganti aveva restituito la caparra a Binasco, trattenendo però gli interessi nel frattempo maturati: 150 milioni secondo Greganti, 400 secondo Binasco. “Considerammo la rimanente somma di 400 milioni come contribuzione del gruppo Gavio al Pds”, dichiara il manager Itinera: “Intendevamo sfruttare al meglio il rapporto con il partito comunista”. Stefanini infatti gli aveva fatto presente “che il partito poteva agevolare la nostra impresa nelle acquisizioni di commesse all’estero, specie nei paesi dell’Est e in Cina». Forse per i paesi dell’Est, caduto il Muro di Berlino, era un po’ tardi. Più realisticamente, Gavio ammette che era bene tenersi buono il Pci-Pds «in previsione del fatto che in quel momento venivano stanziati i finanziamenti per le opere pubbliche che il partito era impegnato a sostenere”. E i giudici di Tortona, che processeranno per competenza i protagonisti dello scandalo, sposeranno questa sua versione, smontando quella di Greganti. “A proposito della richiesta di ricevere un contributo dall’Itinera – si legge nella sentenza del Tribunale piemontese – Greganti disse al Binasco che quella era la volontà non del Greganti, ma del Pds, e che tale richiesta egli faceva espressamente in nome e per conto del tesoriere Stefanini”. Risultato: Greganti e Binasco saranno condannati definitivamente a Tortona per finanziamento illecito al Pci-Pds. Il primo a 5 mesi, il secondo a 1 anno e 2 mesi.