Ogni capitale ha la sua spiaggia elegante, anche quelle lontano dal mare. Sono un po’ il loro specchio, tentativi di Arcadia che racchiudono un anelito alla città ideale, cortili di casa che rivelano quel che la facciata nasconde. Così ad esempio Parigi ha Le Touquet Paris-Plage. E Roma ha Fregene.

Le Touquet si trova sulla Manica, nell’estuario della Canche, che sulla riva destra è un parco naturale. E’ collegata a Parigi con l’autostrada, l’aeroporto e l’alta velocità. Ha circa seimila abitanti, ma ne ospita molti di più nei suoi numerosi alberghi. Le case in stile anglo-normanno sono tutte bianche con i tetti grigi di ardesia. Le strade sono bordate di alberi e l’abitato è immerso in grandi spazi verdi solcati da sentieri di ghiaia e dalle piste ciclabili che tessono una fitta rete di passeggiate e percorsi turistici. Le insegne dei negozi sono rigorosamente bianche e verdi. Neppure le grandi marche, le banche e i benzinai sfuggono all’obbligo di sobrietà silvestre che pone limiti anche all’illuminazione. La pavimentazione stradale è accurata, i marciapiedi protetti da birilli di ghisa, i lampioni ornati di fiori. Il lungomare è una zona pedonale dove alle terrazze dei caffé si alternano giostrine colorate, chioschi di gelatai, file di panchine e prati. Qui la gente passeggia e i bambini giocano. Verso sera qualche fanfara suona sotto un gazebo e i cavallerizzi si ritrovano dopo una corsa lungo la Canche. La spiaggia è larga e l’accesso è libero. Questa non è una riva da tintarella, ma quando il cielo è sereno si può noleggiare una sdraio e prendere il sole al riparo dei teli frangivento. Oppure stendersi liberamente su una sedia pieghevole pubblica. Gli stabilimenti sono effimeri padiglioni di legno bianco sul giallo ocra della sabbia che a fine estate si smontano.

Anche Fregene ha quasi seimila abitanti. E’ collegata a Roma da un autobus, dal treno regionale che ferma a Maccarese e da una provinciale che fino a qualche anno fa scavalcava la ferrovia su un ponte di ferro costruito dagli Alleati nel 1943. Fregene non ha marciapiedi e dove ce n’è non servono per camminarci sopra. Sono sbarramenti a difesa delle ville, alti mezzo metro di calcestruzzo per impedire i parcheggi. Ma tutti hanno il Sus a Fregene e quindi si parcheggia anche sui muri. Carrozzelle, biciclette e passeggini sono costretti a stare in mezzo alla strada, fra le buche e i dossi. Non c’è verde pubblico a Fregene, tranne un pezzo di pineta risanato qualche anno fa. Il resto è inaccessibile perché i pini sono pericolanti. Pare che i fumi di kerosene che scaricano gli aerei di Fiumicino non gli facciano bene. Se non altro, dalla pineta di Fregene si può controllare non soltanto se il volo che aspettate è in orario ma anche chi c’è a bordo, tanto volano bassi gli aerei.

Fregene non ha panchine, non ha neanche una piazza, se non quello slargo denominato piazzetta che serve soprattutto per tenerci i cassonetti. Quelli vuoti, quelli pieni, quelli senza ruote, quelli del Comune, quelli privati, quelli che non sono più di nessuno, quelli che ci hanno trascinato dalle strade accanto per non averli davanti a casa. Non esiste zona pedonale a Fregene, tranne le strade dove le radici dei pini hanno a tal punto divelto l’asfalto che le macchine non riescono a passare. Non c’è lungomare a Fregene, ma lungo il mare c’è di tutto: strade che si perdono dentro cantieri, rottami abbandonati, telai di biciclette senza ruote legate ai pali, recinzioni abbattute e sepolte dalle erbacce e poi tante macchine, abbandonate più che parcheggiate, ammassate contro le reti degli stabilimenti, nelle sodaglie, sui mucchi di calcinacci di qualche demolizione. Sembrano i resti di uno sbarco in Normandia le macchine lungo il mare di Fregene. Peccato, perché la pista ciclabile c’era: cento metri tutti interi, sul lato sinistro della litoranea, delimitata da due righe azzurre. Ma adesso è sparita, coperta dalla sabbia e dagli scavi di una fogna.

L’edificio pubblico più bello di Fregene è la caserma dei carabinieri, anche perché altro di pubblico non c’è. Alberghi ce n’è uno o due, il resto sono ville con recinzioni alte quattro metri, cocci di bottiglia, cani da guardia e allarmi. A Fregene i distributori di benzina sono più belli dei bar e per fortuna che ce n’è tanti, tutti in centro, con le loro belle insegne colorate. Così la notte ci si vede bene. A Fregene l’accesso al mare non è libero, bisogna passare dal varco degli stabilimenti e pagare una consumazione o l’ombrellone. In spiaggia c’è molta musica, più che a Le Touquet. C’è quella della fitness e quella dell’happy hour, quella dell’acquagym e quella della televisione. Ci sono anche molti bambini che urlano e adulti che giocano a racchettoni con una foga da finale di Wimbledon. La sera ci si ritrova a mangiare al ristorante. Alla fine della cena si ricevono due conti: uno sulla ricevuta fiscale e un altro, di importo inferiore, su un foglietto di carta ripiegato. Si può pagare quello che si preferisce. Sarebbe bello fare una passeggiata sulla spiaggia al chiaro di luna a guardare le stelle. Ma i fari degli stabilimenti illuminano a giorno il bagnasciuga e in cielo non si vede niente. Meglio chiudersi nell’aria condizionata e mollare i doberman in giardino.

In fin dei conti, la vera differenza fra Le Touquet e Fregene, fra Parigi e Roma, è l’opposta percezione del dentro e del fuori, del pubblico e del privato. A Fregene tutto è bunker, i buoni sono dentro e i cattivi fuori. Fuori dallo stabilimento chic, fuori dal ristorante con l’aria condizionata, fuori dalla villa-fortezza, fuori dal Suv che qui diventa come un blindato nelle strade di Kabul. Non si passeggia, non c’è struscio a Fregene. Si esce in convogli, per andare al mare o a cena, viaggiando in fretta perché non c’è niente da vedere. A Fregene tutto quello che non è privato, che è fuori dal cerchio della prepotenza individuale, è brutto. Il pubblico qui non è un bene comune ma terra di nessuno, buona solo per il saccheggio e la discarica.