Un paio di giorni fa, tagliando la testa al toro, la presidente della commissione giustizia della camera, onorevole Giulia Bongiorno, ha fissato il termine ultimo per la presentazione degli emendamenti al testo di riforma della professione forense al prossimo 12 settembre.

Quel lunedì, si capirà se la legge attualmente in discussione (atto camera 3900), approvata in senato alla fine di novembre dello scorso anno, sarà mandata in aula a scatola chiusa o se qualcuno tenterà di portare modifiche di sostanza. In altre parole: se vincerà l’idea corporativa di uno dei mestieri più antichi e nobili del mondo (la figura del difensore compare nelle civiltà sumerico-accadico-egiziane fin dal terzo millennio a.C.) o se, con sforzi non indifferenti, si riuscirà a evitare l’ennesima riforma farsa.

Che cosa introduce, o che cosa elimina, la legge?

Lo scontro sull’argomento è piuttosto violento e vede schierati eserciti appartenenti alla stessa patria d’origine, e cioè gli avvocati stessi, a seconda che militino nelle file dell’uno o dell’altro sindacato di categoria. In breve, è quasi una guerra civile.

Da una parte, a sostenere a spada tratta la riforma così com’è, voluta fortemente da Angelo Alfano, si erge nientemeno che il Consiglio Nazionale Forense. Sul fronte opposto l’Unione giovani avvocati italiani (Ugai), i quali dalla nuova legge si sentono respinti e maltrattati.

Il Cnf è un organo pubblico, istituito nel 1933, ha sede presso il ministero della giustizia e rappresenta tutti gli avvocati italiani, tanto da redigere il codice deontologico che, per la Cassazione, ha valore di legge (e dunque è il Cnf a portare sulle spalle la responsabilità della incapacità di tenere a bada i comportamenti scorretti dei suoi iscritti). La riforma piace moltissimo al Consiglio.

Le questioni più controverse sono la riproposta della tariffa minima, la reintroduzione del divieto di patto di quota lite e l’obbligo di continuità nella professione pena la cancellazione dall’albo. Proviamo ad analizzare i punti uno per uno, non prima di avere sgomberato il campo da alcune ipocrisie dominanti (nell’uno e nell’altro schieramento).

La prima e forse la più grave, la più indecente, la più odiosa delle falsità impiegate per stringersi a coorte a tutela di interessi corporativi, da parte di molte associazione forensi e di molti politici di maggioranza, è la bandiera del diritto alla difesa. Inviolabile, certo. Ma il diritto è inviolabile, così come lo recita l’articolo 24 della Costituzione: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari”.

Come si vede, la Costituzione non riveste di inviolabilità l’avvocato come professionista, né tantomeno l’ordine professionale. Viceversa, ogni volta che si parla di riforma forense, i sostenitori fingono che sia in gioco il diritto alla difesa mentre si sta discutendo delle norme relative all’ordine e ai suoi regolamenti.

Il secondo opinabile punto di partenza è che più avvocati ci sono, meglio è. A rivendicare in questo caso sono i giovani (comprensibile ma non giustificato) e i meno famosi. In Francia ci sono 30.000 avvocati e non pare che nella patria della Liberté, Egalité et Fraternité si sentano meno tutelati che da noi, con 240.000 iscritti nel 2010. Al momento, i presenti nell’albo forense rappresentano il bacino della più estesa forza lavoro disoccupata intellettuale d’Italia (il 40% secondo stime interne).

Contrari alla tariffa minima sono ovviamente i giovani che, nelle pieghe del liberismo a oltranza, intravedono la possibilità di crearsi e fidelizzare la clientela. Lo stesso dicasi per l’articolo 20 della riforma che impone ai Consigli Forensi territoriali di cancellare dall’albo, ogni 3 anni, gli iscritti che non siano in grado di dimostrare l’esercizio effettivo e continuativo” della professione. Qui la contrarietà è anche delle associazioni. La riforma cancella anche quel poco di liberismo introdotto dal decreto Bersani, poiché si torna al divieto del patto di quota lite (cliente e avvocato stabiliscono che quest’ultimo sarà pagato in base ai risultati ottenuti).

Come dicevamo, si vedrà a metà settembre quali sono i destini della riforma.

Nel frattempo, come compito delle vacanze, suggeriamo ai sostenitori della medesima due esercizi molto semplici. Innanzitutto, ci si può sperimentare nel calcolo di una prestazione media, oggi come oggi, tipo una causa di separazione o un processo per furto, in base al tariffario attualmente in vigore, che potete trovare nel sito del Cfn. Sfido chiunque a riuscirci: tra voci incomprensibili al comune mortale e differenze tra minimi e massimi si può oscillare tra 50 e 50.000 euro, a riprova del fatto che in Italia la trasparenza non è in cima alla lista dei desideri.

Il secondo esercizio prevede di consultare tutti gli amici (privati, perché le società possono scaricare le spese legali) facendosi dire quanti di loro hanno ottenuto regolare fattura per le prestazioni forensi eventualmente richieste. Si scoprirà così che in una cosa principi del foro e loro sottoposti, avvocati meno famosi e avvocati più famosi, compresi quelli famosissimi, sono compagni di merenda: nel non pagare le tasse (o quantomeno nel non pagarle per intero).

Mi scuso in anticipo con quanti, tra gli esponenti dell’ordine forense, e non sono pochi, non hanno mai evaso il fisco, ma se sono sinceri ammetteranno che molti loro colleghi hanno, fra gli altri, anche questo vizietto.