Domenica mattina. Porto i miei figli a giocare a pallone all’oratorio. In tasca ho il libro di don Andrea Gallo Di sana e robusta Costituzione. Mi sembra il luogo giusto dove leggerlo.

Anche se, pure in un oratorio così all’avanguardia come questo, dove sono ammessi i miei figli che non hanno neanche ricevuto il battesimo, è difficile pensare che un altro prete accetti l’idea di pregare i primi dodici articoli della Costituzione. E’ da un po’ di tempo che mi sto dedicando allo studio dei preti. Credo che alcuni di loro, quali appunto Don Gallo, siano le punte massime dell’impegno civile in questo paese dominato dall’indifferenza.

I miei figli giocano sotto il sole cocente. Due a calcio, uno a basket. Ci sono anche i miei nipoti. In fondo è una tranquilla mattina d’estate. Non voglio turbarla con pensieri che riguardino la mia attività di produttore cinematografico. Ci penserò domani a rendermi amara l’esistenza.

Ogni tanto un pallone arriva nei pressi della panchina su cui sto leggendo. Mi affatica alzarmi per calciarlo al mittente. Prima di venire qui, dopo una decina di giorni di astinenza, sono andato a correre: le gambe sono imballate. Ma mi devo alzare, perché questa è la regola dell’oratorio. Al grido “Palla!”, chiunque, grande o piccolo, uomo o donna, deve rimandare indietro il pallone.

A pochi metri da me siede Michele, che quando eravamo piccoli mi faceva paura incontrare. I suoi occhi sputavano violenza. Adesso lo sguardo invece è spento. Gli sono rimasti pochi capelli in testa e il viso è ancora più scavato di quando era un piccolo innocente boss di quartiere, quello che oggi definiremmo un bulletto. Sono anni che non rivedo Michele. A pagina 78 della mia lettura, i nostri sguardi si incrociano. E si fermano, l’uno nell’altro. Michele mi sorride. Allora, sia pure dolorante, mi alzo e gli vado vicino. Lo saluto. E iniziamo a parlare.

Mio figlio, quello più grande, segna un gran gol al volo. Quello più piccolo continua ad accarezzarsi gli scarpini viola comprati ieri. Non riesco a far passare l’idea, con i miei figli, che gli scarpini più belli sono quelli classici neri.

Michele mi racconta di quello che ha combinato nella vita. Campa con poco. Non ha figli. Vive da solo. “E qui che ci fai?” “Vengo a vedere cosa avrei potuto fare, cosa avrei potuto avere, chi sarei potuto essere. Sto qui un paio d’ore, come te, e poi me ne ritorno a casa”.

Mi si avvicina il più piccolo dei miei figli. Mi consegna il pallone da basket. Adesso vuole giocare con la piccola tartaruga di gomma che si porta dietro in questi giorni. “Papà, quello che sta sopra la tartaruga non è uno zaino, anche se sembra, perché le tartarughe non vanno a scuola, vero?”

Michele mi guarda. “Ecco, vedi, io non saprei cosa rispondergli. Neanch’io, Michele.

Nessuno si libera da solo. Nessuno libera un altro. Ci si libera tutti insieme”
Don Andrea Gallo