L’equilibrio tra predatori e prede è uno dei meccanismi classici che dà stabilità agli ecosistemi. Aumenta il numero delle lepri, e la popolazione di linci che su di queste prospera si espande; calano le lepri sotto gli effetti della pressione predatoria delle linci, e in risposta la popolazione di queste si contrae, per cui la pressione cala a sua volta e le lepri tornano ad aumentare. Risulta così impossibile, per il predatore, causare l’estinzione della sua preda: un equilibrio che è invece negato al rapporto tra pesci e pescatori, che sono tenuti in vita artificialmente da fattori che nulla hanno a che fare con l’abbondanza delle loro prede: per esempio, i sussidi dello stato e il prezzo politico del gasolio per i motori dei pescherecci. Come assai bene illustrato nel recente servizio “Gli assassini del mare” di Annozero (28 giugno 2011).

i pescatori/predatori sono oggi in grado di pescare l’ultimo pesce del mare, dopodiché saranno per forza di cose anch’essi condannati all’estinzione. Per il momento il mercato italiano supplisce all’agonia della pesca nazionale importando pesce dall’estero; tuttavia il problema – esasperato nel nostro Paese da una gestione singolarmente accidiosa – è un problema globale, come magistralmente illustrato dal documentario “The End of the Line” di Charles Clover.

L’annunciatissima tragedia della pesca sul viale del tramonto è una storia complessa che vede un intreccio tra fattori economici, sociali ed ecologici che non è possibile liquidare con due battute. È una storia che vede soltanto perdenti, e alla cui radice si pone un esempio di suprema insipienza gestionale. Le decisioni vengono prese prevalentemente sulla base di considerazioni politiche, senza tener conto del principio che con tutti si può contrattare, tranne che con la natura, la quale prima o poi ci presenta il conto. E il conto, nel particolare caso della malapesca, è davvero salato: ecosistemi sfracellati, specie marine – pescate e non – decimate spesso al di sotto della loro capacità di ripresa, marinerie distrutte, disoccupazione rampante, illegalità privilegiate, tradizioni secolari e professionalità dissipate per sempre.

Il disastro avrebbe potuto essere evitato da politiche attente, ma queste in Italia hanno sempre fatto difetto. Per esempio, assicurandosi che lo sforzo di pesca non superi mai il limite oltre il quale non è più l’”interesse” che viene raccolto, ma il “capitale” delle popolazioni di pesci che viene rosicchiato. Invece si è lasciato che lo sforzo di pesca aumentasse vertiginosamente, sulla base di criteri che con un’oculata gestione della risorsa poco hanno a che fare. Purtroppo, in una condizione di libero accesso alla risorsa da parte di chiunque ne abbia vaghezza, si innesca un meccanismo perverso descritto nel 1968 da Garrett Hardin con il nome di “Tragedia dei Commons”, che potrebbe essere così riassunto: “se un bene è condiviso, come nel caso dei pesci nel mare, se non me lo predo io a qualsiasi costo, anche di distruggerlo, se lo prenderà qualcun altro; per cui tant’è che me lo prenda io, e se così facendo lo distruggo, tanto peggio”. Perché se una risorsa rientra nelle maglie della Tragedia dei Commons, in assenza di un’etica collettiva che oggi non esiste la sua distruzione è comunque assicurata.

Le soluzioni alla perversione dei Commons ci sono e sono tante, ma hanno tutte un difetto: danno benefici nel lungo periodo, mentre nel breve termine comportano costi politici. Nulla di nuovo, dunque, né di sorprendente. Ci attanaglia il dubbio che le nostrane politiche della pesca siano per lo meno in parte animate dal calcolo cinico e codardo di lasciare che sia l’attività stessa ad andare al macello, lasciando ai pescatori il compito di risolvere lo spinoso problema con un suicidio che essi non sono più in grado di evitare.  Con il non trascurabile collateral damage di un ambiente marino che è, in tutti i sensi, al collasso.