Il Titanic su cui viaggia un pezzo importante della nostra classe dirigente imbarca sempre più pericolosamente acqua. Nel pomeriggio di venerdì il tappo è saltato a Parma. Qui undici arresti nella pubblica ammistrazione e un furto di denaro dei contribuenti stimato intorno ai 500mila euro ha spinto un folto gruppo di abitanti a considerare ormai colma la misura. Cinquecento cittadini hanno preso d’assedio l’ingresso del Municipio, hanno chiesto a gran voce le dimissioni del sindaco Piero Vignali e hanno lanciato monetine agli assessori, come era accaduto con Bettino Craxi ai tempi dell’Hotel Raphael. Trenta di loro sono anche entrati nella sala del Consiglio comunale urlando “ladro, ladro” all’indirizzo di Vignali.

Contemporaneamente a Roma la maggioranza della P4, invece che discutere seriamente del probabile declassamento del rating del Paese e delle banche, o della proposta per ridurre i costi della politica avanzata dal ministro Giulio Tremonti, ha continuato a blaterare di legge bavaglio sulle intercettazioni. Non contenti di aver dato il peggio di sé intrattenendo affettuosi rapporti con il pregiudicato (per tangenti) ed ex piduista Lugi Bisignani, i nostri eroi non hanno pensato neanche per un minuto di prendere l’impegno, almeno per il futuro, di evitare frequentazioni del genere. E hanno proseguito il dibattito su un vecchio tema: qual è il modo migliore per evitare che gli elettori sappiano certe cose.

È ormai una reazione pavloviana. Ogni qualvolta un’indagine fa emergere comportamenti criticabili da parte delle classi dirigenti, la Casta riscopre il pensiero unico sulle limitazioni alla libertà d’informazione. Lo dimostra anche la mossa di Pierluigi Bersani che, dopo la direzione del Pd, si è detto favorevole a una legge per vietare la pubblicazione delle “intercettazioni irrilevanti”. Esattamente lo stesso concetto espresso in mattinata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, deciso ad approvare le nuove norme prima di agosto. Ovviamente, visto l’autogol politico, sono poi piovute semi-ritrattazioni e precisazioni. Ma a rimettere a posto le cose è arrivato Silvio Berlusconi. Mentre tutto il partito della P4 plaudiva l’avversario, il premier ha fatto sapere che per lui andrebbe benissimo ripartire dal disegno di legge di Clemente Mastella. Cioè dalle norme bavaglio inventate dal centrosinistra un anno dopo lo scandalo bipartisan delle scalate bancarie (“i furbetti del quartierino“) e votate dall’intera camera, con sole sette astensioni, nel 2007. Come dire: eravamo d’accordo allora, possiamo ritrovarci d’accordo adesso.

Non è qui nemmeno il caso di ricordare che nessuna delle intercettazioni (non più segrete, perché tutte regolarmente depositate) pubblicate in questi giorni dai giornali può essere considerata irrilevante (e non lo erano nemmeno quelle sulle scalate bancarie). È infatti evidente che se si indaga su una “normale” (per questo Paese) organizzazione illegale in grado di pilotare nomine nello Stato e nel parastato, scelte politiche e presentazione di emendamenti in Parlamento, non è possibile ignorare le conversazioni tra il venerato maestro del network occulto e decine e decine di ministri, magistrati, grand commis dello Stato, parlamentari ed esponenti delle forze dell’ordine, della finanza e dell’industria.

Più interessante notare invece la tendenza al suicidio che ormai pervade buona parte della politica italiana. Dopo che amministrative e referendum hanno segnalato come i cittadini chiedano un’immediato mutamento di rotta, la barra è rimasta a dritta. E così il vento cambiato, di cui molti parlano, a poco a poco si sta trasformando in tempesta. A Parma si sono sentite le prime forti folate. Nei prossimi giorni, c’è da giurarlo, ne arriveranno delle altre. Le onde diventano sempre più grosse. Ma il Titanic continua come niente fosse a navigare. E arrivati a questo punto si può solo sperare che il mare lo inghiotta presto. Senza tirare anche il resto del Paese a fondo.